#Disoccupazione giovanile ai massimi storici

La tanto agognata e (inopportunamente) sbandierata “ripresa” pare ancora lontana. E, ancor peggio, la crisi miete le proprie principali vittime tra i giovani. E’ il verdetto dell’Istat che emerge dal tasso di disoccupazione che a ottobre resta ai massimi storici, segnando lo stesso valore di settembre, e attestandosi al 12,5%: si tratta del livello più alto mai registrato dall’inizio delle statistiche trimestrali, che risale al primo trimestre 1977.

Il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a ottobre è al 41,2%: si tratta del nuovo record storico assoluto. A questo dato se ne aggiunge un altro, che riguarda più in generale i giovani tra i 18 e i 29 anni: i senza lavoro sono oltre un milione (+17,2% rispetto a un anno fa). Tradotto: un disoccupato su tre, in Italia, ha meno di 30 anni. Non si tratta solo di un dato negativo: è la distruzione di una generazione.

Calano anche gli occupati precari. Gli “atipici”, come li definisce l’Istat, hanno subito la terza flessione consecutiva: nel terzo trimestre del 2013, infatti, il numero di dipendenti a tempo determinato scende a 2 milioni 624 mila, in calo di 253 mila unità (-8,8% su anno). Si tratta di una diminuzione ancora più forte rispetto a quella registrata per i dipendenti a tempo indeterminato (-1,3%).

Come giovani, prima ancora che come Democratici, non possiamo restare passivi di fronte a una simile situazione. L’illusione che deregolamentando il mercato del lavoro si riuscisse ad ottenere una maggiore facilità nei meccanismi di assunzione e, dunque, una diminuzione della disoccupazione, si è rivelata un errore. E non perchè il lavoro debba porsi al di fuori della logica competitiva e del mercato; ma perchè le norme che lo regolano devono porsi al servizio della necessità occupazionale, non come un ostacolo burocratico.

Potremmo spendere chilometri di inchiostro per cercare le ragioni della sempre più imperversante disoccupazione, specie giovanile. In realtà, forse, basterebbe non mentire a noi stessi e riconoscere che la causa principale della crisi occupazionale è l’assenza di una solida cultura del lavoro in Italia. Quanti mesi, anni e decenni la politica ha buttato via per occuparsi di questo o di quel personaggio, di questa o di quella vicenda? Quante energie sono state sprecate, invece di dedicarle ad un piano nazionale di strutturazione delle attività lavorative?

I dati che oggi ci dà l’Istat non sono frutto di un caso, ma sono il risultato dell’assenza di una visione, una prospettiva, un progetto per il futuro. L’aver consegnato i giovani ad un presente di instabilità, incertezza e precariato è una responsabilità di cui deve farsi carico in primo luogo chi, in questi anni, ha cercato di infondere la mentalità che “con la cultura non si mangia”.

E’ vero l’opposto. Quanti periti industriali (tecnici, chimici, elettronici) potrebbero avere in mano una professione estremamente qualificata ed economicamente redditizia, se solo in questi anni le scuole avessero investito concretamente nella loro formazione professionale? Quanti giovani ingegneri, architetti, avvocati, medici potrebbero trovare facilmente lavoro in Italia, se solo non fossero condannati – il più delle volte – a dover condurre una vera e propria battaglia all’interno di percorsi universitari troppo lunghi o, se va bene, troppo poco adatti ad una formazione completa e competitiva?

Questo è solo per fare qualche esempio. La disoccupazione che oggi vediamo di fronte a noi non è null’altro che il risultato di politiche pubbliche che – nel migliore dei casi – non si sono curate del futuro dei giovani come invece avrebbero dovuto fare e come – ad esempio – in molti Paesi europei è stato fatto. Non tutto è perduto, certo, ma senza una rapida scossa all’economia dei consumi e degli investimenti produttivi, sarà ben difficile uscire dal pantano in cui troppe persone, non solo giovani, si trovano.

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