#Lampedusa, GD Novara: #Orabasta

23 dicembre 2013. Lampedusa, Italia, Europa. Ore 7: come tutte le mattine gli internati (anche detti “ospiti”, che è più politicamente corretto) del CIE vanno a ritirare la colazione. Tra loro c’è anche un uomo che tra qualche giorno compirà trentun anni. Dalla sua carnagione si capisce essere di origine magrebina. Nella sua voce c’è un leggero accento francofono. Si chiama Khalid Chaouki. E’ un parlamentare della Repubblica italiana: è un deputato del Partito Democratico.

Domenica si è rinchiuso volontariamente all’interno del centro di identificazione ed espulsione di Lampedusa. Khalid non sta facendo una visita di piacere, come si fa dentro un museo delle cere. Lui è lì perchè, paradossalmente, fa più rumore una persona che altre 220 messe insieme. Non è il protagonismo ciò che l’On. Chaouki sta cercando: la sua missione è far accendere i fari dell’informazione sulla tragedia quotidiana che vivono persone come lui, come noi. Con la differenza che loro non sono parlamentari e sono colpevoli del reato di voler dare un futuro ai propri figli, alle proprie famiglie, strappando destini già segnati alle atrocità di guerre dimenticate.

Lui, che porta lo stesso nome di un altro Khalid, quell’avvocato siriano di 27 anni – anch’egli profugo – che ha avuto il coraggio di fare un video amatoriale mostrando al mondo le immagini di migranti denudati, umiliati e “disinfettati” a cielo aperto. Sono quegli stessi migranti superstiti del naufragio del 3 ottobre in cui morirono 366 profughi.

L’On. Chaouki ha raccontato la sua prima notte nel Cie, trascorsa in una stanza assieme a sette migranti: «Siamo andati a letto non prima dell’una perché qui vanno a letto molto tardi. In piena notte sono stato svegliato dalle urla di una ragazza che correva nel cortile, avanti e indietro, gridando con tutte le sue forze. È stata una scena straziante. Poi il medico di turno l’ha calmata e la giovane profuga è tornata a letto stremata. Mi hanno raccontato che scene come queste si ripetono spesso qui, perché queste persone sono devastate da un punto di vista psicologico.

E poi sono anche molto stanche di vivere recluse qui, in questo centro, come se fossero dei detenuti, senza avere mai commesso alcun reato. Queste lunghe permanenze creano tanta frustrazione. Dovrebbero restare qui non oltre le 96 ore invece c’è gente che sta qui da tre mesi e anche più. E spesso, anzi sempre, la struttura è sovraffollata». Sembra, quello di Chaouki, un reportage da un altro mondo. Invece è qui, accanto a noi.

E non è soltanto la pioggia che entra dai tetti, i pavimenti allagati, i bagni quasi sempre non funzionanti, brande intrise di umidità e sbattute a terra. Non è soltanto una vergogna, un’ignominia per i diritti civili, un oltraggio alle fondamenta stesse della Repubblica; le condizioni inumane e degradanti che ci sono lì dentro sono direttamente correlate a quello che noi, fuori, vediamo e viviamo una volta che i migranti vengono fatti uscire.

Dopo aver subito angherie, umiliazioni, attese, burocrazie estenuanti e promesse mai mantenute vengono lasciati a se stessi. Alla mercé della criminalità più o meno organizzata; iniziano a delinquere, per disperazione. E allora si diffonde la paura del diverso perchè, in fin dei conti, il risultato è che i migranti non solo non si integrano (e chi riuscirebbe a farlo, in simili condizioni?) ma sono fattore di rischio per la sicurezza dei cittadini. E allora si svegliano i difensori dell’italianità, della padanità, del “è colpa loro se tu, italiano, sei senza lavoro”. E vengono fatte leggi prive di fondamento e di legittimità costituzionale: leggi come la Bossi-Fini, che fanno illudere di poter risolvere la questione migratoria semplicemente internando migliaia e migliaia di persone, o come il “pacchetto sicurezza Maroni” del 2009 che ha reso quelli che erano i “centri di prima accoglienza” vere e proprie gabbie.

I Cie sono solo la punta dell’iceberg di un processo miope, umiliante, degradante. Verrebbe da chiedersi se la condizione dei Cie non sia, in realtà, implicitamente voluta al fine di rendere gli “ospiti” intolleranti, insofferenti, frustrati, arrabbiati, disperati e portarli, quindi, all’autoemarginazione dalla società. Occorre spezzare questo circolo vizioso e disumano.

Come Giovani Democratici di Novara esprimiamo totale solidarietà e sostegno all’azione del nostro deputato Khalid Chaouki, che dimostra – una volta in più – come a parlare siano bravi tutti (o quasi) ma poi, all’atto concreto dei fatti, solo pochi hanno il coraggio di produrre azioni tangibili.
Alla necessaria presa di posizione sul tema della necessità di totale revisione delle leggi che regolano l’immigrazione (a partire dalla Bossi-Fini) uniamo pertanto il nostro impegno di attivarci, con tutti i mezzi di rappresentanza politica e istituzionale a nostra disposizione, per porre all’ordine del giorno provvedimenti politici di netta discontinuità rispetto alla violazione dei diritti civili protrattasi in questi anni. Di fronte alla tutela dei diritti umani e delle condizioni minime di civiltà non è tollerabile sentire discorsi basati sul dubbio che la parte politica facente capo ad Alfano possa non gradire simili provvedimenti. I diritti non sono negoziabili con giochi di equilibri politici.

GD Novara

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