Quando il #welfare lo fa l’azienda

Ripubblichiamo una parte del lungo e articolato reportage di Stefano Simoncini su L’Espresso

Al piano terra del ristorante aziendale denominato “Il podio” (perché sia chiaro che in Ferrari vincono tutti ), l’atrio del nuovo edificio a forma di elicottero è inondato di luce e musica sinfonica. Comunica una sensazione di placido spaesamento. Accanto al punto di ascolto (una finestra di dialogo con la dirigenza), alcuni operai raccontano cosa fa l’azienda per i dipendenti. Si definisce in vari modi, tra cui Welfare integrativo aziendale, o Work-Life Balance, o, con sfumatura “ciellina”, Conciliazione famiglia-lavoro, ma anche, in un’accezione più larga, “Secondo Welfare”, con la variante trendy di Welfare 2.0, definizione che include anche i servizi di assicurazioni e fondazioni. È una frontiera poco esplorata dell’evoluzione del mondo del lavoro, su cui ora getta qualche luce il “Primo rapporto sul secondo welfare in Italia 2013”, pubblicato dal Centro di Ricerca e Documentazione “Luigi Einaudi” di Torino.

Non propriamente una novità, perché di fatto il “2W” trae origine dalle corporazioni medievali e dalle società di mutuo soccorso ottocentesche, e nell’Italia del Novecento, assume le forme dei villaggi industriali dei Crespi,quelle caritatevoli di Marzotto, con orfanotrofi, ospizi, scuole e colonie, o infine quelle comunitarie di Olivetti, incentrate sul dialogo, la cogestione, la valorizzazione del territorio. Dopo aver incorporato l’uso anglosassone, diffusosi negli anni Ottanta, di gratificare manager e colletti bianchi con benefit e premi produzione, il 2W sta acquisendo oggi, anche grazie alla crisi, un rilievo senza precedenti.

Poiché lo Stato arretra nell’offrire previdenze e benessere, entrano in campo le aziende a sostituirlo, ottenendone un vantaggio di produttività e d’immagine, con offerte di beni e servizi che si moltiplicano in ogni direzione. Si va dai nidi aziendali all’assistenza sanitaria, dal telelavoro al “maggiordomo aziendale”, dalla palestra ai corsi di lingua, dall’assistenza psicologica ai buoni pasto, dal car sharing ai libri di scuola dei figli. L’unico indicatore esistente per misurare il fenomeno è la “spesa sociale privata”, che però include tutta la spesa non pubblica, compreso il settore assicurativo. In base alle rilevazioni Ocse, ferme al 2009, in ambito europeo il secondo welfare va dai 2,3 punti di Pil dell’Italia (sui 30 miliardi di euro) – contro i 27,8 di spesa sociale pubblica –, ai 3,2 della Germania, 6,3 della Gran Bretagna, 6,7 dell’Olanda, mentre si viaggia su altre percentuali in Svizzera (8,0) e Usa (10,6).

Nella rutilante “cittadella” Ferrari di Maranello, Fabrizio, capoturno al montaggio motori, è un salentino alto e prestante che ha 11 persone sotto di lui. Descrive compiaciuto i “pachetti” di suo gradimento: si va dalla “Formula benessere”, che garantisce un check-up completo a operai e famiglie ogni anno nell’ambulatorio interno alla fabbrica nonché l’uso della palestra aziendale con la guida di medici e trainer della squadra corse, alla “Formula Start”, campus estivo gratuito per bambini dai 3 ai 14 anni. Barbara invece, giovane operaia della sala metrologica, non ha figli, non fa sport, e ancora non ha potuto comprare casa. Ma ama molto i luoghi del suo lavoro, quegli stabilimenti che l’azienda ha convertito in una “città ideale” progettata da archistar.

L’edificio che preferisce è il Centro sviluppo prodotto di Fuksas (gli uffici degli ingegneri) che le sembra “orientale”, con quegli specchi d’acqua e le trasparenze che la rendono così leggera, quasi zen, ma ama moltissimo anche le nuove linee di montaggio di Jean Nouvelle, rivoluzionarie per la luce quasi a giorno e le oasi di vegetazione tropicale. All’esterno le macchine appena assemblate ronzano in prova tra vialetti e filari ordinati, e lavoratori in pausa sui prati inglesi sembrano usciti da un quadro di Manet. Tutto questo e molto altro – tra cui l’ergonomia del lavoro in linea, con le pinze che ruotano la scocca intorno al lavoratore come fosse una macchinina nelle mani di un gigante – è stato confezionato con l’etichetta “Formula Uomo”, a segnalare un’attenzione alla persona un po’ esibita, che ha un retrogusto di scenografia alla Truman Show.

Certo è che i lavoratori, interrogati su cosa mancasse loro tra tutte quelle magnifiche “formule”, hanno risposto che vorrebbero un nido aziendale e un aiuto a costruirsi casa in cooperativa, cioè le cose che cambierebbero veramente la vita a metalmeccanici con uno stipendio tra i 1150 e i 1300 euro mensili. Anche se, a onor del vero, Ferrari ha distribuito quest’anno un premio speciale di tre mensilità aggiuntive per l’ultimo triennio di buoni risultati economici (intorno ai 3500 euro), che le costano in totale, per i 2800 dipendenti, sui 10 milioni dei 244 di utili del 2012, record di tutta la sua storia. Che insieme ai 4 milioni di costo delle “formule” di 2W fanno 14 (vale a dire il 5 per cento circa dell’utile netto di un solo anno).

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