Liberate il PD dalla gabbia

Ripubblichiamo qui l’editoriale di Claudio Sardo su L’Unità. Siete d’accordo?

Liberate il Pd dalle gabbie che si è costruito. Perché così può morire. Le primarie sono un’opportunità democratica, non una condanna. Ciò che è accaduto ieri lascia attoniti e apre un’altra ferita: quegli stessi circoli, presi d’assalto due mesi fa nel giorno delle primarie per il segretario nazionale, offrivano vuoti desolanti per l’elezione dei segretari regionali. Ma non solo. Gli eroici volontari su cui poggia l’intera macchina organizzativa erano preoccupati e arrabbiati: è mai possibile che il vertice del Pd cambi di colpo rotta sul governo nazionale, senza coinvolgere il partito in una discussione, anzi senza neppure parlare con linguaggio di verità, e al povero partito venga invece imposta una fatica collettiva tanto inutile quanto insensata?

Perché i segretari regionali del Pd devono essere eletti da primarie aperte? A che logica risponde questa regola, visto che si può ricorrere alle primarie anche per la scelta del candidato-presidente alla Regione? È così grande la sfiducia del Pd verso i propri iscritti da privarli persino di questo potere?

Il Pd, purtroppo, ha uno statuto strampalato e sostanzialmente inservibile: lo dimostra il fatto che, ad ogni passaggio di rilievo, è necessario apportare modifiche altrimenti si rischia la paralisi o la scissione. Ma ormai l’alibi non vale più. Se non è emendabile, come temiamo, lo si getti nel cestino e se ne faccia un altro. Al più presto. Gli iscritti non possono essere mortificati in questo modo. Continuando su questa strada, presto non ci saranno più i volontari per tenere aperte le urne delle primarie.

Gli organi regionali, provinciali, cittadini non possono non essere rimessi al confronto e alle decisioni degli iscritti. Certo, si deve operare per allargare questa comunità, per rompere barriere, per avvicinare il numero degli iscritti a quello degli elettori delle primarie meglio riuscite: ma la pre-condizione è dare senso alla tessera di partito. Se è il Pd che la svaluta, come può il cittadino apprezzarla?

Le primarie sono nate per costruire uno spazio democratico più grande e hanno creato attorno al Pd un’area di interesse, di simpatia, che nei momenti importanti è diventata partecipazione attiva. Ma le primarie devono essere legate a una politica, e a scelte comprensibili. Le primarie da sole non ne saranno mai il surrogato. Soprattutto il Pd non può diventare una fabbrica di primarie. La ripetizione meccanica è autolesionismo.

In Piemonte ieri si è votato per il segretario regionale e c’è il rischio che le primarie si ripetano a breve per il candidato-presidente alla Regione. Nessuno sembra avere dubbi su Sergio Chiamparino, ma qualcuno spinge al fine di ipotecare una quota di potere. Ecco, questo sarebbe un suicidio. Se il Pd e il centrosinistra sono convinti di Chiamparino e del suo programma, evitino le primarie come supplizio. Altrimenti, quando ci saranno le secondarie, tanti elettori esausti manderanno il centrosinistra a quel paese.

Alle primarie vanno rimesse scelte determinate e chiare. In ogni caso, va evitata la loro trasformazione in un concorso di bellezza. Forse le stesse primarie che hanno incoronato Renzi sono all’origine delle incomprensioni oggi diffuse nel popolo del centrosinistra per questo brusco cambio al vertice del governo, dopo che a lungo è stata raccontata tutta un’altra storia. Il Pd aveva bisogno di un congresso che desse corpo e sostanza alla svolta generazionale. Che ancorasse la nuova leadership a un discorso chiaro sulla ricostruzione del Paese. Invece, ha prevalso la logica del volto, del carisma, dell’energia. Tutte questioni importantissime nella società delle comunicazioni.

Ma, senza ancoraggi robusti, le leadership personali possono essere indotte a cambiare direzione senza sentirsi in dovere di fornire spiegazioni. Possono supporre che il mandato è soltanto alla persona.
Il Pd deve rimettere le primarie all’interno del suo progetto democratico. Deve farne strumento di apertura e di servizio. Anche di battaglia costituzionale: per l’applicazione, finalmente, dell’articolo 49 sulla democrazia nei partiti. Ma non può il Pd rinchiudere se stesso e la propria anima dentro una sequenza ininterrotta di primarie prive di intelligenza. Non sono una condanna. Sono un atto di libertà. Che può produrre (e infatti ha già prodotto) esiti ottimi ma anche catastrofici.

È difficile dimenticare le immagini di ieri, con i militanti che cercavano di convincere amici e passanti a votare e questi che rispondevano con una domanda: perché è stato cambiato Letta con Renzi? A questa domanda i militanti davano risposte più o meno convincenti. Ma il dramma era che loro stessi avrebbero voluto discutere tra loro e con i dirigenti e i parlamentari del Pd. Speriamo che serva da lezione. Del resto, dove c’è stata un’affluenza leggermente maggiore, non è detto che sia una buona notizia: spesso si è trattato di voto organizzato e, se possibile, si tratta ancor più di un tradimento delle primarie.

È tempo di una riflessione seria, non ideologica. Il governo Renzi, per cambiare davvero il Paese, ha bisogno di un Pd rigenerato e radicato nella società. Se qualcuno pensa che Renzi possa farcela archiviando il partito che lo ha voluto come leader, si sbaglia di grosso. La solitudine del leader non sarà mai compensata da un richiamo diretto al popolo.

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