Il #Pd nel Pse – il commento di S. Ceccanti

Oggi la Direzione Nazionale del Partito Democratico ha votato a larghissima maggioranza la richiesta di adesione del PD al Partito Socialista Europeo.
Ripubblichiamo qui un articolo del costituzionalista Stefano Ceccanti.

Ci sono voluti 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino perché il centrosinistra italiano del secondo sistema dei partiti e quello europeo potessero finalmente congiungersi pienamente con reciproco beneficio. Quello per l’Italia di non concepire il bipolarismo di casa nostra come un’ennesima anomalia e quello per l‘Europa di una visione più post-ideologica del centrosinistra in cui l’aggettivo “democratico” internazionalmente più comprensivo di quello “socialista” gli si affianca con pari dignità.

L’appuntamento arriva però dopo tanti fraintendimenti e paradossi.

Il  primo paradosso, a ben vedere, è che nel primo sistema dei partiti della Repubblica il nome e le cose coincidevano ben poco: coloro che si dicevano socialisti non solo erano minoritari nella sinistra ma, a ben vedere, non erano nei fatti più di tanto davvero socialisti europei (il Psi viene escluso dall’Internazionale per la sua subalternità al Pci, il Psdi degenera ben presto in piccolo partito clientelare), coloro che svolgevano la stessa funzione di sinistra riformista di governo a livello nazionale, pur in alcune fasi con grande efficacia, si collocavano in modo critico in un partito a prevalenza moderata dove erano costretti in posizione strutturalmente minoritaria (le sinistre dc) e lo stesso per il riformismo locale del Pci nella zona rossa (che si comportava da socialdemocratico ma nega di esserlo).

Fin qui però non ci sarebbe nulla di strano, in fondo anche in Francia il vero Partito socialista nasce pienamente nel 1971, soli 6 anni dopo la prima elezione presidenziale diretta che l’aveva incentivata, aggregando le sinistre cattoliche prima minoritarie nel Mrp (Delors, Buron) le componenti laico-repubblicane (Mitterrand) al troncone della vecchia Sfio.

Il secondo paradosso, quello più difficile da spiegare, se non con la natura più contraddittoria anche in termini istituzionali della transizione italiana rispetto a quella francese, accade poi dopo la caduta del Muro di Berlino: non è sufficiente la transizione del sistema dei partiti indotta dalle riforme elettorali a eliminare in pochi anni le anomalie, a riconoscere l’importanza della coerenza tra collocazioni italiane ed europee, anomalie che invece persistono a lungo, a sinistra e al centro.

Una parte dei postcomunisti ha aderito al Pse ma non capendo bene di finire dentro a una realtà che ha sempre fatto dell’avere nemici a sinistra una controprova della propria vocazione riformista (come aveva dimostrato la lunga esclusione del Psi nel dopoguerra)  e che già nel 1989, prima della Terza via, si era fortemente impregnata, oltre che delle tradizionali ispirazioni religiose (senza le quali sarebbero impensabili le socialdemocrazie nordiche) anche di forti contaminazioni con le culture liberali (basti pensare al Psf dopo il 1983 col tandem Delors-Rocard e alla lunga prova di governo del Psoe di Gonzalez).

continua a leggere l’articolo qui

 

 

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