Legge 194, la marcia contro l’obiezione di coscienza

La storia di Valentina Magnanti, affetta da una malattia genetica e costretta ad abortire con il solo aiuto del marito nel bagno di un ospedale romano, è emblematica delle difficoltà, e spesso dei drammi che in tutta Italia le donne che decidono di interrompere una gravidanza si trovano a vivere a causa dell’alto numero di medici obiettori.

Anche se la vicenda risale a quattro anni fa, la volontà di Valentina di renderla pubblica ha fatto riesplodere la discussione sull’obiezione di coscienza e sulle conseguenze degli assurdi divieti della legge 40 sulla fecondazione assistita, su cui è imminente (8 aprile) il pronunciamento della Consulta sulla sua legittimità costituzionale.

Tutto era accaduto quattro anni fa al Sandro Pertini, importante ospedale di Roma, capoluogo di una regione dove il 93% dei ginecologi è obiettore, su una media nazionale che, secondo il Ministero della Salute, raggiunge il 70% con punte del 90% nei singoli ospedali. Di diverso avviso sono le associazioni, come la “Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194“, secondo cui la media, struttura per struttura, sarebbe del 91,3%.

Proprio nei giorni scorsi il Comitato europeo per i diritti sociali del Consiglio d’Europa aveva ammonito l’alta diffusione dell’obiezione di coscienza in Italia che mette a repentaglio la vita della donna, violando il diritto alla salute e all’accesso a cure terapeutiche previsto e garantito dalla Costituzione italiana. “A causa dell’elevato e crescente numero di medici obiettori di coscienza” – si legge nell’ammonimento del Comitato – “l’Italia viola i diritti delle donne che, alle condizioni prescritte dalla legge 194 del 1978, intendono interrompere la gravidanza”.

Leggi qui l’articolo completo…

[fonte: Huffington Post]

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