“Cent’anni di solitudine”, il romanzo che ha cambiato la narrativa mondiale – #graciasGabriel

Il ricordo di Giovanni Dozzini su Europa Quotidiano

C’è un preciso momento, in una delle ultime pagine di Cent’anni di solitudine, in cui chi legge comincia ad avvertire nitidamente l’enormità di ciò con cui si trova a che fare. È un momento che cambia da lettore a lettore, naturalmente, come succede dalla notte dei tempi con molti romanzi, anche di bassa fattura, eppure in questo caso c’è qualcosa di diverso, in grado di risucchiare materialmente ogni frammento di noi da qualche parte sotto la crosta di terra che bene o male siamo chiamati a calpestare per le nostre intere esistenze, di condurre la nostra carne e i nostri nervi e i fluidi che lubrificano i nostri corpi in un luogo insondabile e misterioso, come uno sprofondo luciferino e divino insieme, come un buio luminoso.

È qualcosa che nella sua natura ha molto a che vedere con le parole incredibili con cui quel romanzo aveva preso avvio, quelle tre righe in cui Gabriel García Márquez, lo scrittore colombiano morto ieri sera nella sua casa di Città del Messico all’età di ottantasette anni, era riuscito a condensare e rivelare una storia meravigliosa senza un vero inizio e senza una vera fine.

Quell’altra rivelazione sconvolgente che sarebbe arrivata all’ultimo metro del libro non avrebbe fatto altro che sciogliere la sterminata tensione ammassata pagina dopo pagina, come una molla caricata fino all’inverosimile che all’improvviso prende a liberare vorticosamente tutta l’energia accumulata.

Un vortice, ecco, la vertigine e la terra che manca sotto i piedi: la letteratura può essere anche questo, può annullare il tempo, sconfiggerlo, demolire le idee di principio e di fine. La circolarità perfetta di quella storia, di quel romanzo prodigioso che è Cent’anni di solitudine, uscito nel 1967, è insieme la fortuna e la condanna di tutta la narrativa materializzatasi dopo di essa in ogni angolo del mondo.

Centinaia, forse migliaia di scrittori hanno prosperato grazie a quella rottura dell’ordine costituito, in America Latina e non solo laggiù, milioni di libri si sono guadagnati il diritto di essere scritti, stampati e letti. Ma niente di simile, probabilmente, è più accaduto. “Gabo” Márquez aveva già partorito romanzi e racconti eccellenti, e avrebbe continuato a farlo. Eppure l’epopea dei Buendía e dello zingaro Melquíades sarebbe rimasta inarrivabile.

Ora che García Márquez è morto, vecchio, malato e improduttivo da tempo, sembra tutto fin troppo banale. Parlare di lui, del suo capolavoro più popolare, del suo Nobel, della sua amicizia con Fidel Castro e dei suoi cazzotti con Vargas Llosa. I più arguti vi verranno a dire che il vero Gabo Márquez, quello migliore e più significativo, non era l’autore di Cent’anni di solitudine, ma quello di qualche titolo meno noto, meno altisonante, meno letto. Non è vero. Quel libro fu un miracolo, quel libro cambiò tutto.

Con Cent’anni di solitudine gli riuscì di cancellare il tempo, di trascinarci tutti nel cuore cavo della Terra e mostrarci una possibilità di salvezza. Era vecchio, García Márquez, e prima o poi doveva pur morire, come tutti. È uno degli ultimi giganti del Novecento ad andarsene, e uno dei migliori scrittori che l’umanità abbia mai conosciuto. Per questo oggi è comunque un giorno triste. Un altro giorno che cambierà il nostro modo di percepire la letteratura e le molteplici manifestazioni del suo formidabile potere.

Muchos años despues, frente al pelotón de fusilamiento, el coronel Aureliano Buendía había de recordar aquella tarde remota en que su padre lo llevó a conocer el hielo.

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