La vera posta in gioco delle elezioni europee

L’articolo di Roberto Castaldi sull’edizione online de L’Espresso

In Italia alcuni politici fingono che le elezioni europee riguardino il governo nazionale, sebbene la durata del governo dipenda dalla maggioranza nel Parlamento italiano, che non verrà in alcun modo modificata dai risultati delle europee. Al contrario, una sconfitta dei partiti al governo li spingerà ad allungare la legislatura il più possibile nel timore che elezioni anticipate possano ridurre la loro rappresentanza parlamentare. La vera posta in gioco delle elezioni europee è ben altra: chi governerà l’Europa? Quali politiche verranno adottate?

Il 28 aprile a Maastricht si è tenuto il primo dibattito nella storia dell’Unione tra i principali candidati alla Presidenza della Commissione Europea, mancava solo Alexis Tsipras che ha rifiutato l’invito. La verde Ska Keller, il socialista Martin Schulz, il liberal-democractico Guy Verhofstadt, il popolare Jean-Claude Juncker si sono confrontati sull’economia, sulla politica estera e sul futuro dell’Europa.

Il secondo dibattito avrà luogo il 9 maggio, Festa dell’Europa, a Firenze in Palazzo Vecchio, in occasione della Conferenza “Lo stato dell’Unione” organizzato dall’Istituto Universitario Europeo – anche in questo caso Tsipras ha deciso di non partecipare. Si tratta di un fatto molto importante, perché dimostra che dopo il Trattato di Lisbona l’Unione sta imboccando la via di un sistema di governo parlamentare, di una vera democrazia europea.

Nei regimi democratici i cittadini scelgono chi li governa, mediante l’elezione di un presidente dotato di poteri esecutivi, o di un Parlamento, verso cui il governo è responsabile.  Finora chi governa a livello europeo veniva deciso dai Capi di Stato e di governo nazionali. Per la prima volta il 25 maggio i cittadini europei non eleggeranno solo il Parlamento europeo, ma di fatto sceglieranno anche chi e come governerà l’Europa: quali politiche e quale Presidente della Commissione vogliono.

Questa è la vera posta in gioco delle elezioni europee. Ed è molto più importante di qualunque possibile riflesso nazionale del voto, perché è dalle politiche decise a livello europeo che dipende la possibilità di superare la crisi e invertire la china.Il dibattito tra i candidati alla Presidenza della Commissione ha messo in luce che questa novità produrrà effetti significativi sulle politiche europee. Il centro decisionale dell’UE attuale è sostanzialmente il Consiglio Europeo, che riunisce i Capi di Stato e di governo nazionale. In tale quadro intergovernativo il governo dello Stato più forte riesce in larga misura a prevalere, e tiene in conto soltanto le opinioni del proprio elettorato.

La Commissione europea invece rappresenta l’interesse generale europeo, e tutti i candidati alla Presidenza devono tenere in conto le opinioni dell’intero elettorato europeo se vogliono sperare di essere eletti. Così mentre il metodo intergovernativo ha prodotto solo politiche di austerità, le proposte di tutti i candidati alla Presidenza – con la parziale eccezione del popolare Juncker, che ha ribadito l’importanza del tenere i conti in ordine e l’impossibilità di creare ora titoli di Stato europei – si concentrano sugli investimenti e sulle politiche per la crescita.

La democrazia funziona: i cittadini sono insoddisfatti delle politiche di austerità decise dai governi nazionali, e trovano negli organi sovranazionali europei – Parlamento e Commissione – i sostenitori di politiche rivolte alla crescita, più coerenti con la situazione e le preferenze dei cittadini.

Il dibattito è stato concreto, concentrandosi su quali strumenti sono necessari per rilanciare la crescita, quali poteri e quali modifiche ai Trattati sono necessari per realizzarli, e quale ruolo l’Unione deve giocare nel mondo e di fronte alla crisi. Un bell’esempio di alta politica, che avrebbe meritato una maggiore attenzione mediatica anche in Italia, per aiutare i cittadini italiani a comprendere le questioni decisive su cui il loro voto potrà incidere.

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