Testimoni di giustizia, arriva la Carta dei diritti

L’intervista di Piero Messina per l’Espresso a Filippo Bubbico

La lotta alle mafie avrà un’arma in più. Si chiama “Carta per i diritti dei testimoni di giustizia” ed è il progetto lanciato dal viceministro dell’Interno, Filippo Bubbico, con l’obiettivo di aggiornare e rendere eque le normative a favore di quel drappello di uomini e donne che negli anni sono sfilati di fronte ai Tribunali per accusare le cosche mafiose.

Sono quasi un centinaio i testimoni di giustizia che in questi anni stanno offrendo il loro contributo alla Magistratura. Grazie alle loro dichiarazioni, la magistratura è riuscita a disarticolare intere cosche mafiose. I testimoni di giustizia provengono tutti dal Sud e sono inseriti, con i loro familiari, all’interno dei sistemi di protezione. La normativa attuale discende dalla legge sui “collaboratori” di giustizia. La linea di demarcazione tra i due status è netta: il collaboratore è un ex mafioso o un fiancheggiatore che ha deciso di saltare il fosso; il “testimone” è una vittima innocente di fatti di mafia.

Per giungere alla stesura della Carta, il Viminale ha creato una commissione ad hoc, un gruppo composto da sociologi, avvocati, magistrati e funzionari del Servizio centrale di Protezione, che nei prossimi sei mesi avrà il compito di studiare le normative vigenti e proporre le modifiche necessarie. Bubbico promette una svolta in tempi certi.

Perché è necessario cambiare le regole?
“Perché manca un quadro di certezze giuridiche ed operative che valga per tutti. Non ho alcuna difficoltà ad ammettere che sia necessaria un’azione di trasparenza. E spiego perché: i testimoni inseriti nei programmi di protezione non hanno ben chiari i propri obblighi e propri diritti. Così, è necessario per lo Stato rivalutare misure e strumenti, garantire condizioni di sicurezza e risarcire questi cittadini esemplari per i disagi che vivono. Ecco, la Carta dei diritti del testimone di giustizia dovrà creare un quadro di certezze giuridiche ed operative”. La stileremo in sei mesi, non un giorno di più”.

Cosa non ha funzionato?
“Dalla legge del 1991 alle successive modifiche, abbiamo costantemente aggiornato i profili di intervento. Ci siamo adeguati al contesto di volta in volta, creando un modello di risposta in progress che, magari avrà sortito delle soluzioni tampone, ma proprio per la sua natura sperimentale ha causato episodi discrezionali. Non tutti sono stati trattati allo stesso modo. E questo non è più accettabile. Servono regole eguali per tutti, principio caposaldo per una concreta azione legalitaria. Non è più possibile procedere con un quadro normativo che si è consolidato per successive approssimazioni”.

I testimoni come vivono il loro status?
“Stiamo vivendo un paradosso. Lo Stato impegna notevoli fondi sul piano finanziario (per collaboratori e testimoni di giustizia il budget del Servizio centrale Protezione sfiora gli 80 milioni di euro l’anno, ndr) ma anche in termini di risorse umane e strumentali. Ma dai testimoni di giustizia registriamo una insoddisfazione crescente. Ed è comprensibile, purtroppo. Così come è comprensibile il sacrificio silenzioso di migliaia di operatori di giustizia, uomini delle forze dell’ordine e della magistratura, che offrono il loro apporto in condizioni complesse. Con la Carta metteremo mano anche a queste situazioni”.

Perché i testimoni di giustizia si lamentano?
“E’ necessaria una premessa. Chi decide di testimoniare offre un contributo determinante nella lotta al crimine organizzato ed espone  se stesso e la sua famiglia a rischi nella sicurezza personale ed a disagi profondi che segnano l’esistenza. La loro vita viene sconvolta perché, in ossequio al dovere di cittadinanza, hanno testimoniato di fatti illeciti o atti violenti. C’è chi ha cambiato città, chi ha deciso di utilizzare nuove identità e chi, infine, ha scelto di restare in trincea, nei luoghi dove ha denunciato le cosche mafiose”. 

Tra i testimoni di giustizia che hanno deciso di non lasciare la sua terra e non cambiare identità c’è Ignazio Cutrò. Ora, però, l’imprenditore di Bivona sembra sul punto di arrendersi ?
“Chi ha deciso di continuare a vivere nei luoghi dove sono avvenuti i fatti che ha denunciato è più di un testimone di giustizia. Diventa un testimone di legalità. Lo Stato deve saper cogliere queste risorse strategiche, perché la libertà si conquista restando in trincea. Se mi metto nei panni di chi ha scelto di restare, mi rendo conto di quanto difficile sia la sfida. C’è il rischio di essere isolati da una comunità, le persone che prima ti salutavano non ti rivolgono più lo sguardo, non ti degnano di una parola. In queste condizioni è quasi impossibile immaginare un reinserimento a pieno titolo. Come fa un imprenditore a lavorare in un contesto simile? Questa per noi è una sfida anche culturale, da vincere a tutti costi, perché le mafie si sconfiggono nei tribunali ma anche giorno dopo giorno, grazie al coraggio di chi, essendone stato vittima, ha denunciato”.

Quali misure saranno introdotte?
“Bisogna lavorare su più fronti. In primis, si deve garantire la sicurezza e il benessere psicofisico dei testimoni di giustizia. Abbiamo monitorato la situazione e non posso nascondere che sono tante le persone che soffrono. Poi, si deve puntare a ricostruire la vita economica e sociale di questi cittadini modello, con misure economiche che siano eguali per tutti. Sino ad oggi esistono due linee di ristoro economico: il fondo nazionale antiracket e quello della commissione centrale per la protezione. E’ successo che casi analoghi siano stati trattati in maniera diversi per aspetti puramente formali. Brutalmente, c’è chi ha preso di più e chi meno. E questo non è giusto. Ma ci saranno altre novità sul piano legislativo. E’ in dirittura d’arrivo la norma che consente l’assunzione nella pubblica amministrazione dei testimoni di giustizia. Il decreto attuativo è frutto di uno studio congiunto tra il Ministero dell’Interno e la Funzione pubblica. Abbiamo dovuto superare scogli giuridici non indifferenti: da una parte sancire il diritto all’assunzione, dall’altra la necessità di non svelare i  nomi di chi ha assunto una nuova identità. Ostacoli superati”. 

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