Quei giorni infiniti di scosse e di paura

SCOSSA EMILIA: A FINALE MACERIE OVUNQUE, GRAVI DANNI AI BENI

L’articolo di Elisa Pederzoli sulla Gazzetta di Reggio nel secondo anniversario del terremoto dell’Emilia  

Venti maggio 2012 ore 4.03. E’ una data indimenticabile quella che identifica l’inizio del terremoto dell’Emilia. Due anni dopo, è ancora precisa al minuto nella memoria di chi quello stravolgimento lo ha vissuto sulla propria pelle.

A svegliare tutta la pianura è una scossa di magnitudo 5.9. Epicentro Finale Emilia. Profondità 6,3 chilometri. Nove giorni dopo, e senza che la terra abbia mai smesso di tremare, il mostro sotterraneo e senza volto torna a ruggire. Due le scosse che mettono in ginocchio un territorio già stravolto e una popolazione che, per quell’orgoglio e quella forza che la contraddistingue, si è già rimboccata le maniche e si sta prodigando per rimettere insieme i pezzi.

E’ il 29 maggio. Alle 9.01 i sismografi registrano una scossa di 5,8, localizzata a Medolla (Modena). Alle 12.56 eccone un’altra, di magnitudo 5.3, epicentro Novi di Modena. Cinque minuti dopo (13.01) ancora una botta, di magnitudo 5.1.

Il bilancio è nefasto. Un bollettino di guerra che conta 27 morti e decine di feriti: sono le persone che erano al lavoro e che sono rimaste schiacciate nel crollo dei capannoni, quelle che non hanno avuto scampo dentro alle proprie case collassate. Sono quelle che, nel tentativo di mettersi in salvo, sono state colpite da comignoli e mattoni.

Ed è un paesaggio bombardato quello che si impone davanti agli occhi di tutti. Case, scuole, chiese, municipi, luoghi di lavoro stravolti da crolli e cedimenti. “Inagibile”, è la parola che si impone nel lessico quotidiano. E poi “zona rossa”, per identificare decine e decine di centri storici diventati improvvisamente off limits.

Ci sono anche Reggiolo e Rolo nel “cratere” del sisma. E Fabbrico, Luzzara, Guastalla e tanti altri nostri comuni.

A differenza delle vicine province di Modena e Ferrara, nel Reggiano non si registrano per fortuna vittime. Ma il sisma anche qui ha provocato gravi ferite. Lacerazioni profonde che riguardano non solo muri, palazzi, punti di riferimento. E mentre si fa la conta dei danni, mentre si elencano gli edifici da sgomberare e si allestisce una nuova quotidianità in tenda, le scosse continuano. Non si fermano. Diventano un sottofondo odioso. Un logorio per i nervi di chi cerca di dare senso a qualcosa di inaspettato. Che ci rivela tutta la nostra vulnerabilità. Che ci scopre fragili e disarmati. E per giorni e giorni impone un sentimento con il quale non eravamo abituati a convivere: la paura.

Due anni dopo, le cicatrici sono tutt’altro che rimarginate. E i paesi colpiti dal sisma hanno dovuto inventarsi una quotidianità nuova. Senz’altro diversa. E hanno dovuto venire a patti con la consapevolezza che non tutto potrà tornare come prima del 20 e 29 maggio 2012.

E poi, c’è il ricordo. Il ricordo di quei giorni concitati. Del rumore sordo delle scosse. E della eco, indescrivibile, della paura dentro ai nostri pensieri. E quella, forse, non andrà più via.

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