Ricerca scientifica, la spesa che non aumenta il debito

L’articolo di Roberto Sommella per Europa Quotidiano. Siete d’accordo con le sue osservazioni?

C’è un vincolo europeo che non fa male e purtroppo in Italia ignoriamo: è il rapporto tra gli investimenti in ricerca scientifica e Pil che, secondo il Trattato di Maastricht, dovrebbe essere almeno al 3 per cento. Molti paesi del Nord Europa si avvicinano a questo limite, l’Italia, come in tante altre graduatorie, è ferma all’1,1 per cento. I motivi sono quelli legati a un’economia che non innova e a sistemi industriali vetusti, ma a frenare questa spesa c’è anche il fatto che viene computata nei rapporti deficit e debito-Pil.

Nella due giorni del Consiglio europeo di Ypres e Bruxelles potrebbe arrivare una decisione fondamentale: scomputare dal calcolo del debito queste risorse, fondamentali per la crescita e il benessere di cittadini e paesi. Significa per noi poter mettere sul piatto della bilancia fino a 30 miliardi di euro per incentivare ricerca e sviluppo (appunto quei due punti percentuali che ci mancano per arrivare al 3 per cento di Pil).

A questa decisione, che sarebbe davvero importantissima, si aggiunge anche un’altra possibilità su cui la delegazione italiana a Bruxelles sta lavorando in vista del turno di presidenza: scomputare dal rapporto deficit-Pil la quota di fondi tricolori che vengono stanziati per i programmi cofinanziati con l’Unione europea. Questa opzione, che in ambienti vicini alla Commissione uscente viene definita percorribile, e a cui tiene tantissimo il governo Renzi, sarebbe ancora più importante perché ci permetterebbe di spendere fuori dai vincoli parecchi miliardi di euro (almeno 15 nei prossimi sette anni di programmazione) dando finalmente l’auspicata spinta alle Regioni per portare a termine i piani legati ai fondi strutturali.

È forse la svolta determinante che il nostro paese potrebbe cogliere al volo, perché i fondi assegnati a Roma sono in tutto circa 70 miliardi di euro nel prossimo settennato e, dall’altra parte, Roma rischia di perdere il 40 per cento di quelli ancora non utilizzati del passato programma se non verranno spesi entro la fine del 2015. Insomma, grazie all’applicazione della famosa golden rule (investimenti in infrastrutture e ricerca fuori dai calcoli di bilancio) l’Italia potrebbe rimettersi sul cammino della crescita, innovando i processi industriali e mettendo un freno alla fuga dei cervelli.

A Bruxelles la discussione è partita e non si può dare per scontato che arriverà a buon fine a causa dei soliti sacerdoti del rigore. L’Italia, per i motivi descritti, ha il dovere di fare tutto il possibile affinché questi buoni propositi non restino solo sulla carta.

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