Tre anni dopo Utøya, l’impegno della democrazia

L'isola di Utoya

L’isola di Utoya

«È stata una scena terrificante.
Quel poliziotto che urlava “venite più vicini”, poi gli spari, il sangue, le grida “non ucciderci”.
Siamo scappati in preda al panico, qualcuno si buttava in acqua,
io mi sono nascosta in mezzo ai cespugli. Mi sembrava un incubo ma era tutto vero»

(Hana Barzingi, sopravvissuta alla strage)

Avremmo voluto e potuto conoscere il nome dell’isola di Utoya in un altro modo. Invece no, le cose andarono in modo diverso. In un modo che non avremmo voluto vedere, vivere, immaginare. Quel 22 luglio 2011 il mondo ha dovuto conoscere Utoya, una piccola isola del lago Tyrifjorden a circa 40 chilometri dalla capitale norvegese Oslo, per il lucidamente folle odio assassino che in meno di un’ora ha falcidiato settanta giovani vite piene di fiducia, speranza, sogni.

Erano circa centocinquanta ragazze e ragazzi che si trovavano lì non per un caso, ma per una scelta. Una scelta di campo, una scelta di vita, una scelta di idee e ideali. Si trovavano su quell’isola che da decenni ospita il campus estivo di formazione politica dell’AUF – la Lega dei Giovani Lavoratori, organizzazione giovanile del Partito Laburista norvegese – per creare una comunità, per costruire un’idea concreta di progresso, per realizzare un mondo di libertà, dignità e democrazia.

L’orrore di quella mattanza ha colpito tutti noi in modo pesantissimo, inaspettato e sconvolgente nella sua brutalità, nella sua inumanità. Utoya-2Ha colpito tutti noi cittadini che vogliamo difendere la libertà e la democrazia. Ha colpito tutti noi giovani che dobbiamo avere il coraggio e la forza di guardare al futuro con fiducia, tenacia e determinazione costruendo un domani all’altezza dei nostri
sogni
.

Ha colpito, con ancora più brutalità, ancora più crudeltà, ancora più orrore, tutti noi giovani socialdemocratici europei. E noi Giovani Democratici, che della Lega dei Giovani Lavoratori norvegesi siamo il corrispettivo italiano, sappiamo benissimo che su quell’isola come su qualsiasi isola che raccoglie e unisce i progetti, i sogni e le speranze, avremmo potuto esserci anche noi. Di questo siamo consapevoli con la ferma determinazione della necessità di dover continuare, come e più di prima, a impegnarci per la causa progressista.

Si può morire, nel civilissimo XXI secolo, per il semplice fatto di essere progressisti? Per il semplice fatto di mettersi al servizio della giustizia sociale, dell’eguaglianza e dell’europeismo? Per il semplice fatto, eroicamente normale, di essere socialdemocratici? Sì. Il pericolo di rigurgiti violenti, di quella violenza disumana che credevamo e speravamo di aver lasciato alla memoria dei secoli passati, è un pericolo costante a cui dobbiamo sempre essere pronti a far fronte. Non possiamo mai considerare come immutabili e assoluti i valori su cui si fonda la nostra civiltà, il nostro tempo, il nostro destino comune che risiede nel sogno europeo. Perchè pace, democrazia, giustizia e libertà non richiedono una sterile venerazione. Richiedono, invece, un impegno continuo, quotidiano, instancabile.

I funerali delle vittime della strage di Utoya

I funerali delle vittime della strage di Utoya

 

«Al male reagiremo con più democrazia e più umanità»

(Jens Stoltenberg, Primo Ministro norvegese dal 2005 al 2013)

 

Si può ricominciare? Sì. Si può. Si deve. Guardando a loro, a quei giovani fiori norvegesi recisi perchè avevano deciso di dedicarsi alla politica e, un passo alla volta, con la dedizione e la perseveranza propria dei giovani sognatori, alla costruzione di una società in cui la multiculturalità sia un valore di condivisione e progresso; una società in cui la paura lasci il posto alla solidarietà; una società in cui la dignità della persona sia il faro di ogni politica pubblica, dal lavoro all’ambiente, dalla scuola alla salute.

Oggi viviamo una delle fasi storiche più difficili complesse per l’Europa: da una parte la minaccia concreta del riemergere di movimenti xenofobi, antidemocratici e demagogici; dall’altra parte la drammaticità di assistere, come già avvenuto alla fine del XX secolo, a guerre e persecuzioni politiche ai confini dell’Europa, così come si fa sempre più critica la situazione nelle aree affacciate sul Mediterraneo, nel Nordafrica come in Medio Oriente.

Questa fase di crisi, di difficoltà, di immobilismo dell’azione politica comune europea può essere superata solo con uno sforzo collettivo per la pace e la democrazia che deve necessariamente cominciare da noi giovani socialdemocratici di tutta Europa, superando finalmente le distanze che hanno impedito fin qui un’azione unitaria e incisiva nella direzione quanto mai necessaria del processo di integrazione europea.Utoya-3

A distanza di tre anni da quell’incubo trasformatosi in una realtà che non avremmo mai voluto vivere, quella ferita così profonda e crudele non è ancora rimarginata; né lo sarà mai. Al dolore provocato dalla brutalità è necessario rispondere, concretamente, con ciò che quei ragazzi di Utoya hanno lasciato a tutti noi. Il testamento politico, morale, culturale consegnato a milioni di giovani progressisti in tutto il mondo è una missione, quanto mai difficile e impegnativa, da portare avanti con la stessa determinazione, la stessa onestà, la stessa passione che avevano loro, le ragazze e i ragazzi di Utoya.

E questa missione, così difficile e al tempo stesso così necessaria per il nostro futuro, si chiama democrazia. E’ ciò per cui quei giovani progressisti si impegnavano attivamente e lottavano. Ora tocca a noi, giovani progressisti europei, fare in modo che la loro eredità, la loro storia e il loro insegnamento non vengano dispersi. Ora tocca a noi indirizzare saldamente, senza paura, la rotta del domani nella direzione della pace, della democrazia, della libertà, dell’eguaglianza e del progresso. Ora tocca a noi. Sappiamo, però, che in questa lotta, in questa scelta di vita, non saremo soli perché al nostro fianco ci saranno sempre i fiori di Utoya.

Giovani Democratici di Novara

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