«Ciò che ci manca di più è l’acqua per i rifugiati»

Vi proponiamo le parole di Youssef Thomas Mirkis, arcivescovo caldeo nella città irachena di Kirkuk, in un colloquio con Bernadette Sauvaget per Libération,

Youssef Thomas Mirkis è l’arcivescovo caldeo di Kirkuk, città petrolifera di cui i peshmerga curdi si sono impadroniti a giugno per evitare che cadesse nelle mani dello Stato islamico dell’Isis.

«Si può parlare di una catastrofe umanitaria. La maggior parte dei rifugiati cristiani, tra le 100mila e le 150mila persone dopo la caduta [nelle mani dei terroristi, ndt] delle città di Mosul e Qaraqosh, sono arrivati fino a Erbil o a Souleymanieh.

«A Kirkuk accogliamo un centinaio di famiglie, sistemate principalmente all’interno delle chiese. I cristiani hanno avuto paura ad arrivare fino a qui principalmente perché la frontiera con lo Stato islamico non è lontana, poco più di una ventina di chilometri. Questa reg ione non è assolutamente preparata a far fronte a una simile situazione. In questo momento la nostra principale preoccupazione consiste nel riuscire a trovare un tetto, il cibo e l’acqua per i rifugiati».

«In questa stagione il caldo raggiunge quote eccezionali, fino a 45°C all’ombra. Di conseguenza, la risorsa che ci manca più di ogni altra è l’acqua. Mi è stato riferito che molti rifugiati si sono addirittura avvelenati bevendo da fonti di acqua non potabile. Inoltre, c’è anche il problema dei molti morsi di scorpione che causano la morte dei bambini. Al momento le scuole sono chiuse per le vacanze e quindi possiamo usare quelle strutture per accogliere le famiglie dei rifugiati. Ma tra circa un mese le lezioni ricominceranno e francamente non so che cosa succederà, dove riusciremo ad accogliere i profughi.irak_2

«Allo stato attuale, il Kurdistan è l’unica regione dove i cristiani possono sentirsi liberi. Sotto un certo punto di vista, la caduta di Qaraqosh è stata un evento inaspettato: affrontare la conquista di questa regione non sembrava una priorità dello Stato islamico. Al momento è complesso valutare tutte le possibili ricadute. Non abbiamo ancora una visione d’insieme sufficiente [per valutare gli sviluppi politici, ndt], ma questa situazione ha portato soprattutto dubbi su quello che potrà essere il futuro dell’Iraq.

«Molti cristiani sono scomparsi. Lasciare l’Iraq? Sì, sostengono che sia la scelta migliore. Ma per andare dove? Bisogna essere realisti. Personalmente spero che non scoppi una guerra civile. Ma un attacco su Kirkuk è alquanto probabile se tutte le forze non si mettono in moto per contrastare l’avanzata dello Stato islamico. Qui ci troviamo già all’interno del potenziale raggio d’azione dei colpi di mortaio.

«Dobbiamo aspettarci giorni molto difficili prima di riuscire a liberare il Paese da questa ideologia di morte. E’ una forma di nazismo! I Curdi che devono proteggere una frontiera di mille chilometri hanno bisogno di un aiuto concreto. Per il momento siamo le vittime di una maggioranza silenziosa, qui nel nostro Paese così come nella comunità internazionale, che non reagisce di fronte a un vero e proprio genocidio».

 
[traduzione: Gill Gastaldelli – comunicazione@gdnovara.com]
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