A 6 anni più «smart» che a 45, cosa chiedono i ragazzi ai nuovi media?

«Lo capirebbe anche un bambino di 6 anni». Sono paradossi ricorrenti nella retorica un po’ spocchiosa degli adulti. Il problema è che il paradosso sta sovvertendo la realtà. Uno studio appena reso pubblico da Ofcom — l’ente britannico che regola le telecomunicazioni — rivela che un bambino di 6 anni capisce di tecnologia digitale più di un 45enne medio.

Ofcom ha sottoposto 800 bambini e 2.000 adulti a un test sul «quoziente digitale»: anziché l’intelligenza, si misura il grado di consapevolezza nell’approccio a tablet e cellulari 4G. Il risultato è che i baby utenti che hanno conosciuto solo il Web a banda larga hanno un QD medio pari a 98, mentre i 45-49enni arrivano a 96.

L’uso compulsivo del telefono, come ogni genitore sa, comincia tra i 12 e i 15 anni. Ma le telefonate rappresentano solo il 3% del tempo passato con l’inseparabile gadget in mano: la millennium generation comunica con messaggi su WhatsApp e continue condivisioni di foto e video su Instagram e Vine.

Proprio i video, non più lunghi di 15 secondi, rappresentano la sua principale fonte di informazione e intrattenimento. E se si passa ai 16-24enni, si scopre che sono consumatori voraci di tutti i media — cui dedicano oltre 14 ore al giorno — tranne radio, giornali e libri stampati, praticamente spariti dalla loro vita.

Irrecuperabili? Non è detto: sempre da Londra — eterno trampolino di svolte e tendenze — si viene a sapere che in questi giorni si sono riuniti 400 imprenditori di media giovanili, ideatori di piattaforme digitali ma spesso con versioni cartacee, purché capaci di intercettare nicchie specifiche. Cosa dicono? Che i ragazzi sono stufi di essere dipinti come bamboccioni, che sono interessati a forme di comunicazione anche antichissime come la poesia orale (lo spoken word spopola su YouTube ), che hanno sete di informazione ma si fidano solo del giornalismo fai-da-te dei coetanei (come Shout Out UK, 60 mila utenti unici al mese, prodotta da ventenni e in grado di garantire ottimi standard).

Insomma, sia il management dell’industria editoriale sia la corporazione giornalistica hanno di che riflettere: o si sintonizzano con questa generazione in fieri o la crisi del settore non potrà che peggiorare. E sentiremo i ragazzini dire che certe cose «le capirebbe anche un 45enne».

[fonte: La 27esima ora – di Gianluca Mercuri]

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