Serve un partito. Nuovo, ma un partito

L’articolo di Mario Rodriguez. Siete d’accordo con la sua analisi?

Non sarebbe la prima volta che Matteo Renzi si dimostra capace di intuizioni destinate ad avere successo. E, se questo avverrà ancora una volta, non ci sarà alcun problema a riconoscerlo. Ma vi sono alcuni comportamenti, gesti e decisioni, che, nell’ambito del partito, mi paiono dare alle scelte del premier-segretario una caratterizzazione più “continuista” che “innovativa”. E dietro il continuismo si nasconde il trasformismo, insomma il gattopardo.

Forse Matteo Renzi, giustamente concentrato sulla sfida principale, quella del governo, vuole neutralizzare le fonti di possibile tensione legate alla vita del suo partito. Ma i due fronti si tengono: il successo del governo Renzi non può che essere accompagnato dalla nascita di un partito veramente nuovo, capace di produrre forme efficaci di relazione con la società, quindi sostegno attivo alle politiche di cambiamento.

Non basta avere nei vecchi posti di comando dell’organizzazione persone fedeli o più o meno convintamente acquisite al proprio campo. È proprio l’organizzazione che va sostanzialmente ripensata soprattutto nel cruciale rapporto tra militanti ed eletti.

Nessuno mette in discussione l’utilità di valorizzare quel che resta dei partiti fondatori (espressione che indica soprattutto l’esperienza Pci-Pds-Ds) ma la sfida più urgente è quella relativa alla capacità di costruire qualcosa di nuovo, adatto al tempo che viviamo.

Matteo Renzi sa bene che se il successo come segretario è stato determinato dalla conquista di elettori “primaristi” che non lo avevano votato nella competizione con Bersani, quello delle elezioni europee è stato determinato dal voto di persone che non avevano votato Pd e che hanno dato fiducia alla sua promessa di cambiamento. Sono queste che devono essere mantenute in contatto con l’iniziativa del Partito democratico.

E questo non può certo avvenire pensando di rilanciare forme e riti della militanza novecentesca. Dopo le elezioni politiche del 1976 girava un manifesto: “Hai votato Pci, diventa comunista”. Non vorrei che qualcuno pensasse che sia riproponibile uno slogan analogo alla società italiana di oggi!

Vanno trovate nuove forme più agili di relazione con persone che non hanno compiuto “una scelta di vita” ma hanno espresso un’opzione temporanea forse anche scettica. Vanno messe in funzione forme adeguate alle tecnologie e ai livelli culturali della società dell’informazione e dei social network.

A queste nuove forme di relazione è connessa quella capacità di relazionarsi alla società dalla quale dipende anche (se non del tutto) il successo dell’attività di governo. La battaglia culturale, le scelte organizzative sono strettamente legate all’attività di governo.

Vanno rese esplicite le differenze di visione e di approccio che sottendono il rinnovamento dei gruppi dirigenti e la complessità delle scelte va resa esplicita. La cifra deve essere anche quella della competizione non quella del consociativismo. Checché se ne dica rendere trasparenti i punti di divergenza aiuta a tenere unito un partito che si vuole plurale, non ideologico.

Uno dei limiti proprio dell’esperienza dei comunisti italiani, come ricorda Macaluso nel suo libro su Togliatti, fu proprio un certo modo di intendere il centralismo democratico che finì per depotenziare il dibattito aperto, l’elaborazione politica e la selezione dei gruppi dirigenti.

Per questo non mi convince il recupero del termine “feste de l’Unità” con annesso recupero del comizio di chiusura che porterà con sé inutili se non dannosi confronti. Per non parlare della ricerca di accordi interni agli organismi dirigenti per evitare le primarie in vista delle prossime scadenze elettorali. In questo modo si neutralizza non tanto la funzione delle primarie in quanto tali ma il loro valore distintivo e qualificante del partito post ideologico e plurale.

Un'immagine durante un comizio della scorsa campagna elettorale per le elezioni europee (maggio 2014)

Un’immagine durante un comizio della scorsa campagna elettorale per le elezioni europee (maggio 2014)

Conferma queste preoccupazioni il dibattito culturale (si parva licet) di questa estate centrato ancora una volta su una fuorviante comparazione di De Gasperi e Togliatti. Fuorviante non certo per l’ovvia importanza della riflessione storica su due padri costituenti ma per la stucchevole disputa sul Pantheon del Pd che essa implica.

L’identità non si costruisce venerando i sepolcri ma dando soluzioni convincenti ai problemi dell’oggi, permettendo cioè di farsi identificare come quelli che fanno e dicono cose. L’identità del Pd non può che essere una strada nuova! Di un partito non ci sono Dna o radici che condizionano per sempre una forma vivente, ma punti di partenza di un viaggio faticoso e mai concluso. E questo vale soprattutto per il Pd!

Se poi invece le scelte nell’ambito del partito nascondessero furbizie e tatticismi è ancora peggio. Non pare convincente pensare che per alleggerire le tensioni sulle (indilazionabili) scelte governative sia opportuno evitare quelle scelte (altrettanto indilazionabili) relative al partito (che poi attengono al rapporto partito-istituzioni-sistema dei media-società).

Sono troppo poche le esperienze che il Pd sta facendo vivere alla società italiana e che possono essere assimilate all’impegno che si sta profondendo da Palazzo Chigi! Federazioni e circoli assomigliano ancora troppo al passato e non attraggono quanto di innovativo e stimolante si muove nella società. L’impegno centrale non è diventato ancora comportamento diffuso. Una sorta di attendismo guida sia i dirigenti politici sia gli amministratori regionali e locali del Pd: «Vediamo che succede a Roma»!

Pochi sindaci o presidenti di Regione sono scesi in campo con scelte coraggiose e coerenti capaci di contribuire a creare un clima positivo attorno al bisogno di cambiare verso che il governo porta avanti. Pochi dirigenti di partito a livello delle grandi realtà che fanno opinione si stanno spendendo in battaglie di rinnovamento in sintonia con quelle del governo!

Per questo ci vuole certamente prudenza, equilibrio tra innovazione e continuità ma bisogna evitare il rischio che la stagione di Matteo Renzi passi come qualcosa che attraversa un ambiente pronto a riassumere al più presto la propria forma precedente.

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