Europa, ripartendo da Ventotene

“È meglio combattere attorno ad un tavolo che sul campo di battaglia”
– Jean Monnet – 

Ci sono promesse che rimangono indissolubili nel tempo. Promesse che può fare e rispettare solo chi ha vissuto sulla propria pelle la peggiore pagina della storia umana .

Una promessa, quella che i popoli europei si fecero gli uni agli altri sulle macerie di un continente devastato dalla guerra e cosparso del sangue causato dalle follie nazionaliste e totalitarie.

Fu una promessa di pace, la promessa di non rivivere più una guerra fratricida tra popoli che così tanto contribuirono al progresso umano: popoli che per secoli erano stati gli artefici di quelle tante idee innovative su cui si sarebbero basate le moderne democrazie. Sono da ricercare in questa promessa, nata nel momento più tragico della nostra storia, le radici dell’Unione Europea. L’idea, folle nella sua semplicità e nata dalla testa di quattro italiani al confino nell’isola di Ventotene, che l’Europa possa essere qualcosa di più che un insieme di linee tracciate sulla carta geografica.

Finita la guerra, alcune nazioni ci credono, portando all’Europa un periodo di pace e prosperità  che dura ormai da settant’anni.
Oggi si celebrano i sette anni della firma del Trattato di Lisbona, l’ultimo di una lunga serie di accordi che hanno caratterizzato la costruzione di una Europa libera e unita. Molti sono stati i successi, molti i fallimenti. Il Trattato di Lisbona deriva da uno di questi fallimenti, la mancata ratifica della Costituzione Europea, il documento che avrebbe dovuto  far compiere un enorme passo in avanti verso l’unificazione politica dell’Europa.

Nonostante tutte le difficoltà e i fallimenti, il progetto di unificazione europea deve andare avanti perché crediamo che le ragioni fondanti che hanno portato alla nascita del Manifesto di Ventotene siano ancora valide. Non dobbiamo assolutamente ritenere scontati questi settant’anni di pace e prosperità nel nostro continente: la pace non é mai un elemento certo e dato, come ogni giorno é dimostrato dalle continue crisi che imperversano nel mondo, anche in aree che pensiamo sviluppate e a noi molto vicine.

Il ritorno dei nazionalismi ricorda sempre più e sempre più da vicino la deriva che ha caratterizzato il nostro continente prima delle due guerre mondiali. Occorre fare in modo di  scongiurare il ritorno di un passato buio che vorremmo consegnare solo ai libri di storia: é necessario rimarcare l’attualità del Manifesto di Ventotene e di quella promessa che ci facemmo tanti anni fa. L’egemonismo e il nazionalismo che sfociano in continue minacce di distruzione di quel nostro destino comune che si chiama Europa, non sono altro che i volti nascosti dell’egoismo, dell’idea che un popolo debba governare sopra tutti gli altri. Sono concetti superbi, che denotano sia una scarsa capacità di comprendere il mondo sia una certa chiusura mentale.

european_constructionL’Europa non è solo la nostra storia, è pure, e con ancora più forza, il nostro futuro. È l’opportunità di contare ancora nel mondo: entro il 2050, infatti, è previsto che nessuna nazione europea apparterrà più al G8. Come possiamo pensare di far sentire la nostra voce, se non insieme, in un futuro sempre più incerto e probabilmente caratterizzato da macrostati? Europa è il baluardo democratico a fronte delle derive totalitarie che ciclicamente hanno colpito il nostro continente. Europa è la sicurezza di vivere in una società che promuove lo sviluppo e il benessere, lavorando per garantire una comunità di eguali, concedendo a tutti gli stessi diritti e le medesime opportunità.

Abbiamo di fronte due strade: da una parte si può tornare indietro; dall’altra si può progredire, affrontando – questo è certo – mille difficoltà, ma scongiurando l’ipotesi di rivivere momenti che l’uomo non avrebbe mai dovuto affrontare. Abbiamo imparato la nostra lezione dalla guerra. Il nostro inno, però, non parla di battaglie, di morte e di conquiste. Il nostro inno non parla di ciò che è stato, ma di ciò che possiamo costruire. Il nostro inno è un inno alla gioia.

Lorenzo Tita
Alessandro Pirisi

Giovani Democratici di Novara

 

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