La Buona Scuola che (non) vorrei. Lettera aperta di un Giovane Democratico alla cittadinanza

Come saprete, durante questa settimana avrà inizio l’iter di approvazione del ddl “La Buona Scuola”. Un iscritto di Borgomanero — in vista dello sciopero del mondo della scuola previsto per il 5 maggio 2015 — ha pensato di scrivere una lettera aperta alla cittadinanza in merito ad alcune criticità che, secondo lui, si evidenziano in questo ddl.
Allo stesso modo, un altro iscritto novarese ha cercato di evidenziare, invece, quelli che sono i punti di forza del ddl (articolo che sarà pubblicato oggi pomeriggio alle 16:00 sempre qui sul nostro blog…stay tuned!).

Buona lettura!

Caro lettore, cara lettrice,

chi vi scrive è un militante della giovanile del Partito Democratico intenzionato a parlarvi a titolo prettamente personale e non a nome del circolo e/o dell’organizzazione giovanile di appartenenza, in rispetto della pluralità di pensiero che anima e caratterizza tale giovanile.

Ho sentito di recente il bisogno di scrivere questa lettera per esprimere la mia personale posizione sul ddl 2994, meglio conosciuto come “La Buona Scuola”, il cui iter di approvazione inizierà proprio questa settimana. Va fin da subito chiarito che in queste righe non mi cimenterò in una critica dettagliata di quelle che risultano essere, secondo gli “addetti ai lavori”, le debolezze del ddl 2994 (per le quali sono già state spese centinaia se non migliaia di righe); bensì proporrò alcune riflessioni di carattere generale sul modello di scuola che ci aspettiamo emergere da questa importante riforma.

Il modello di scuola pubblica che tale riforma intende realizzare, a detta dei critici, è quello della scuola-azienda. Questa affermazione ci porta a discutere due principali quesiti:
(1) La scuola pubblica si sta davvero trasformando in una azienda?
(2) È bene che la scuola pubblica si trasformi in una azienda?

In questa lettera cercherò di rispondere a questi due interrogativi. Procediamo con ordine.

Il concetto di scuola-azienda non è un termine nuovo coniato in occasione del ddl Buona Scuola, bensì è la “diretta conseguenza delle profonde trasformazioni economiche-sociali che, a partire dalla fine degli anni Ottanta, hanno coinvolto la struttura della Pubblica Amministrazione” (R. D’Amico, “Il manager pubblico nell’ente locale. Cultura organizzativa e nuovi contenuti della professionalità del dirigente.”).
La causa scatenante di tali trasformazioni risiede nella convinzione – ancora diffusa oggi e non del tutto errata – che occorre giungere ad un utilizzo maggiormente razionale, efficiente ed efficace delle risorse del sistema amministrativo. In altre parole, si è diffusa col tempo la tendenza (non solo in Italia) ad adottare nel settore pubblico quelle tecniche manageriali fino ad allora proprie del settore privato. In questo quadro, anche la scuola pubblica ha iniziato ad adottare, come era naturale aspettarci, nuove logiche di carattere aziendale. Venendo al ddl Buona Scuola, possiamo quindi apprezzare il variegato lessico aziendalistico di cui è intriso il presente testo (tutte le frasi in grassetto sono state fatte da me per dare enfasi):

“Il disegno di legge intende disciplinare l’autonomia delle istituzioni scolastiche dotando le scuole delle necessarie risorse umane, materiali e finanziarie e degli strumenti necessari a realizzare le proprie scelte formative ed organizzative. Le disposizioni in oggetto sono volte a garantire la massima flessibilità, diversificazione, efficienza ed efficacia del sistema scolastico attraverso un uso ottimale delle risorse e delle strutture e all’introduzione di tecnologie innovative in raccordo con le esigenze del territorio. A tal fine le singole istituzioni scolastiche definiscono il proprio fabbisogno attraverso la predisposizione di un piano triennale dell’offerta formativa volto a potenziare e valorizzare le conoscenze e le competenze degli studenti e l’apertura della comunità scolastica al territorio.” (Capo 1 articolo 1).

“Al fine di valorizzare e sostenere il merito scolastico e i talenti individuali, il dirigente scolastico individua percorsi e iniziative che coinvolgano gli studenti anche utilizzando finanziamenti esterni, ivi compresi quelli derivanti da contratti di sponsorizzazione, nel rispetto degli obblighi di trasparenza procedurale.” (Articolo 3 comma 2).

Questi sono chiaramente solo alcuni degli esempi del processo di aziendalizzazione previsti dal ddl Buona Scuola.
Procederò, ora, con la questione che più mi sta a cuore: è bene che la scuola pubblica si trasformi in una azienda?

Per rispondere a questa domanda, vorrei cominciare proponendo una riflessione di P. Bernocchi:

“[a]ziendalizzare la scuola significa creare strutture che abbiano come obiettivo primario non già la “produzione” di reale sapere critico, la “distribuzione” di libera conoscenza, la crescita culturale, sociale e psicologica degli allievi/e, ma la realizzazione del massimo profitto economico, in un regime di concorrenza spietata che lascerebbe fuori i più deboli socialmente, economicamente, fisicamente: una scuola fondata su gerarchie ben definite, dove collaborazione e solidarietà sarebbero bandite, ove dominerebbe la legge feroce dell’”homo homini lupus”, della lotta per emergere a scapito degli altri/e, dove si insegnerebbe che i criteri propri dell’azienda capitalistica (arricchimento individuale, potere e successo a tutti i costi) sono gli unici accettabili e premiati nella società umana.”.

Come è possibile osservare, il passo appena riportato non ha di per sé una valenza positiva o negativa. Chi sarà a favore dell’aziendalizzazione della scuola vi vedrà in essa una buona palestra per la vita (la scuola del resto replicherà le logiche spietate del mondo del lavoro!). Al contrario, chi vedrà in questa trasformazione un male da combattere, penserà che in questo modo si stanno sacrificando i valori fondamentali della scuola pubblica (libera conoscenza, solidarietà, inclusione etc.).

Prima di esporre la mia posizione riguardo agli ipotetici benefici o meno dell’aziendalizzazione della scuola pubblica, vorrei discutere brevemente alcuni aspetti specifici del ddl Buona Scuola. In particolar modo mi soffermerò sull’articolo 7 (le competenze del dirigente scolastico) e 11 (valorizzazione del merito del personale docente) della riforma. Procediamo, anche qui, con ordine.

L’articolo 7 assegna nuovi poteri al dirigente scolastico, la cui figura professione viene resa sempre più simile a quella del top manager di una azienda. In particolar modo, la riforma prevede che il dirigente scolastico avrà il potere di assumere direttamente i docenti tra quelli iscritti negli albi territoriali ed esaminandone i rispettivi curricula. In questo modo, si afferma nella riforma: “il dirigente sceglie i docenti che risultano più adatti a soddisfare le esigenze delle scuole” (Comma 2).  È poi previsto che gli incarichi siano rinnovati ogni 3 anni. La riforma prevede altresì che questo potere decisionale attribuito ai dirigenti scolastici si rivelerà efficiente in virtù dei test di valutazione a cui – Comma 8 – saranno sottoposti tali dirigenti.
A mio avviso, questa proposta è lungi dal produrre una soluzione soddisfacente che vada davvero a vantaggio del sistema scolastico pubblico. Occorre chiarire questa mia affermazione. Sebbene i dirigenti scolastici potranno scegliere i docenti solo nel rispetto di specifici criteri (comma 3) è prevedibile aspettarsi che nei fatti essi agiranno praticamente liberi da ogni vincolo generando le seguenti conseguenze: primo, ciò potrà favorire nuovi meccanismi clientelari e più in generale di corruzione, in virtù dei quali verranno assunti quei docenti che risulteranno più graditi (non solo in termini di merito) agli occhi dello strapotente dirigente scolastico; secondo, la riforma riconosce apertamente l’esistenza di docenti migliori ed altri meno bravi, quindi in termini aziendali verrà favorita l’assunzione dei primi. Fin qui apparentemente nulla di male. Il merito va premiato! Tuttavia ad una più attenta analisi abbiamo a che fare con due questioni delicate: a) si creeranno scuole di serie a e scuole di serie b (le prime saranno quelle in grado di accaparrarsi i docenti migliori); b) la riforma non propone un piano di riqualificazione per i docenti meno preparati che rischieranno di ricevere poche se non zero domande di lavoro.

Passiamo ora al punto successivo.
Tra i nuovi poteri attributi dalla riforma al dirigente scolastico, merita particolare attenzione l’articolo 11, il quale riproduce un altro aspetto della logica aziendale ovvero la valorizzazione del merito. L’articolo 11 prevede, infatti, che sarà il dirigente scolastico a decidere in autonomia l’assegnazione dei bonus economici ai docenti più meritevoli. Anche questo articolo non è privo di criticità. L’indeterminatezza dei criteri di assegnazione di tali bonus lascia al dirigente scolastico uno spazio di eccessiva discrezionalità che mi ispira molte garanzie.
Dalla breve discussione degli articoli 7 e 11 del ddl Buona Scuola, voglio suggerire l’idea che non è necessario affidare al dirigente scolastico la responsabilità esclusiva di quei nuovi compiti che la riforma gli attribuirebbe. Piuttosto, trovo sia auspicabile che una questione come ad es. il bonus di merito sia presa da una leadership condivisa che coinvolga più attori. Per chiarire ciò si prenda in esame il seguente esempio: perché non introdurre, tra i possibili criteri volti avalutare il merito di un insegnante di liceo o scuola media, una tabella di valutazione compilata dagli studenti come già accade nelle nostre università? Certamente essa andrebbe pensata affinché non diventi un semplice strumento di ricatto da parte degli alunni bensì una opportunità per responsabilizzarli nei confronti dell’offerta scolastica.

Come ho accennato all’inizio, non è mia intenzione discutere minuziosamente ogni aspetto del ddl Buona Scuola. Andrebbero discussi altri importanti articoli come quelli relativi all’edilizia scolastica, al legame più stretto che il ddl vuole istituire tra scuola e mondo del lavoro, benefit per le scuole private, assunzioni etc. Tuttavia penso non sia questa la sede opportuna per una simile analisi. Piuttosto cercherò ora di rispondere, come promesso, alla domanda (2): è bene che la scuola pubblica si trasformi in una azienda?

L’analisi degli articoli sopra ricordati ci suggerisce che è sbagliato equiparare la scelta tra ‘aziendalizzare e non aziendalizzare’ alla scelta tra ‘bene e male’. La meritocrazia, principio reso popolare dal mondo aziendale è un valore che trascende la sua categoria di appartenenza epotrebbe essere valorizzato anche in altri ambiti. In altre parole, si potrebbe dire che non si dovrebbe scegliere tra aziendalizzazione e non aziendalizzazione, piuttosto occorrerebbe scegliere tra una buona aziendalizzazione ed una cattiva aziendalizzazione.
Questo è sicuramente uno dei risultati ed uno dei valori che vorrei portare alla discussione sul ddl Buona Scuola.

Per chi non fosse pago del profondo realismo, nel senso filosofico del termine, che ha accompagnato questa analisi, lo inviterei a spogliarsi di quella logica ed abbracciare una certa dose di idealismo e andare oltre alla realtà fattuale delle cose. In un’epoca in cui ci sembra di assistere al processo inesorabile di aziendalizzazione di ogni aspetto della vita umana, ricordo che vie alternative restano – ad un certo prezzo – sempre possibili. A tal proposito, basti ricordare che qualche millennio fa, accadeva qualcosa la cui memoria vive ormai solo tra le pagine dei libri di storia. Sto parlando della nobile scuola ateniese, la quale perseguiva un valore un po’ più di ambizioso della mera istruzione professionale (che già sarebbe un traguardo oggigiorno in Italia!): lì si ricercava la formazione del cittadino perfetto e virtuoso.

In conclusione, se è vero che “il futuro è oggi”… non è mai troppo tardi per cambiare!

Con affetto,
Dennis Cova, Giovani Democratici di Borgomanero

 

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