Tre lezioni da Antonio Gramsci

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Nel giorno dell’ottantesimo anniversario dalla morte di Antonio Gramsci

È uno degli autori italiani più studiati e commentati all’estero. Ma nonostante questo, in patria è liquidato, quando va bene, in un paio di pagine dei manuali di filosofia – non incluse, tra l’altro, nei programmi ministeriali – che raramente rendono giustizia alla profondità (e, quindi, complessità) del suo pensiero, indipendentemente dal colore politico.

Antonio Gramsci, dunque. Chi era costui? L’immaginario lo vuole esule antifascista in carcere, dove tesse quello zibaldone che sono i Quaderni per cui è universalmente noto ed indirizza ad amici e famigliari lettere cariche di umanità. Gramsci è stato sì questo, ma anche qualcosa di più.

Proprio all’estero, il politico lascia posto al pensatore, al suo lessico intriso di egemonia, società civile, rivoluzione passiva e molti altri termini, persino al giornalista ed al comunicatore. E così, se nel Bronx newyorkese gli viene dedicato un murale e, dal Brasile a Londra alle Filippine, qualche via, significa che dopo ottant’anni dalla morte una personalità del genere ha ancora qualcosa (o meglio: tanto) da dirci.

     gramsci2cm6Primo: pensarla come qualcuno non significa vedere col paraocchi. Gramsci si rifà a Karl Marx dandogli del «Maestro», indossandone quindi le lenti di lettura, senza per questo rimanere accecato. Non esita a definire quella di ottobre «una rivoluzione contro Il Capitale», dal momento che il salto verso il comunismo si ha non, come previsto da Marx, in un paese industriale come Inghilterra, Germania o Francia (dove pure era storia recente la breve esperienza della Comune di Parigi), bensì nell’agricolo Impero zarista, dove le fabbriche erano ancora sparse a macchia di leopardo ed il regime feudale risultava superato da appena mezzo secolo. Questa tesi costerà a Gramsci un’iniziale censura a Il grido del popolo, giornale torinese per cui scriveva, salvo la pubblicazione dopo venti giorni. Perché quando non riconosci che «i fatti hanno superato l’ideologia», non puoi stupirti poi se la realtà rimane indomita dai tuoi schemi.

     Secondo: la sinistra non dovrebbe perdere tempo a farsi l’esame del sangue per vedere chi è più rosso di tutti. Proprio negli anni del carcere e dell’ascesa del nazismo, a Mosca la Terza Internazionale comunista si preoccupa di coniare il socialfascismo per bollare in un indistinto la socialdemocrazia che accetta la regole del gioco democratico, spianando così la strada alla vittoria di altri. Insomma: un tafazzismo prima del tempo, che si ha quando il problema non lo vedi dall’altra parte della barricata ma tra le tue stesse fila, salvo poi trovarti debole e piccolo davanti al tuo avversario dichiarato. «Tutte sciocchezze»: così Gramsci liquidava il socialfascismo con un altro esule, a rischio di socialfascismo, a Turi. Il suo nome era Sandro Pertini.

     Terzo: essere di parte non equivale ad essere faziosi. Lo dimostra l’interesse per Gramsci al di là del suo colore politico, ma il parteggiare richiama soprattutto il citatissimo articolo Contro gli indifferenti.NEWS_232213 La tesi sottostante è che davanti a quello che ti succede intorno non riesci a restare insensibile, come se vivessi passivamente. A questo punto può partire la scintilla: le cose stanno così e dobbiamo accettarle, come se vivessimo in un fatalismo contro il quale si rischia il volo di Icaro? Oppure trovare delle alternative, delle soluzioni e superare le difficoltà è possibile? E se è possibile, come possiamo procedere? Questo movimento, questo “essere partigiani” per dirla alla Gramsci, deriva proprio da come reagisci; l’alternativa è il lasciar scorrere o peggio, l’indecisione. E raramente i problemi si risolvono non affrontandoli.

 

C’è un bellissimo paragrafo con cui Albert Camus apre L’uomo in rivolta: «Che cos’è un uomo in rivolta? Un uomo che dice no. Ma se rifiuta, non rinuncia tuttavia: è anche un uomo che dice di sì, fin dal suo primo muoversi». Chissà se lo scrittore ha avuto modo di leggere il pensatore, ma notate come queste righe esprimano magistralmente l’alternativa secondo Gramsci all’indifferenza.

L’elenco potrebbe continuare a lungo. Ma abbandoniamolo per un momento: riscopriamo Antonio Gramsci a tutto tondo, chi con le lettere chi con la graphic novel Nino mi chiamo, realizzata da Luca Paulesu (nipote di una sorella di Gramsci stesso!) per i tipi di Feltrinelli: (ri)scopriremo una delle personalità più pessimiste nella ragione, eppure, allo stesso tempo, così ottimista nella volontà.

Manuel Tugnolo,
manu962017@outlook.com
Studente di Economia – Università Cattolica, 20 anni
Circolo PD di Momo-Barengo-Vaprio d’Agogna-Caltignaga

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