Guardando e ascoltando gli Operai/1 Lavorare ieri, lavorare oggi

L’articolo del nostro Manuel Tugnolo che prende spunto da una trasmissione TV molto particolare.

Con oggi e per le prossime cinque settimane terrò, a scadenza settimanale, una serie di pensieri messi lì, con testimonianze e commenti tratti dalla trasmissione Operai di Gad Lerner (domenica, Rai 3, 22:45). Mi prefiggo di rilanciare delle situazioni che vale la pena toccare nella loro quotidianità, sperando di non doverci più stupire se questi volti , allo stato attuale, danno spesso il loro consenso ad altri.

lavoro1Ieri e oggi. Quando si parla di lavoro è irresistibile confrontare la realtà del 2017 con quella delle accese lotte degli anni ’70, degenerando nello scontato slogan “Si stava meglio quando si stava peggio” o nella rievocazione delle bandiere rosse davanti ai cancelli ostruiti. 

No, niente di tutto questo ha a che fare con l’affresco degli Operai secondo Gad Lerner, operai dei quali potremo vedere i volti per altre cinque volte (domenica, Rai 3, 22:45). Non c’è nostalgia per un’età dell’oro perduta, né tantomeno il quadro apocalittico ricamato (spesso a tavolino) dai talk show; la linea guida sembra essere, per dirla con Baruch Spinoza: «Non ridere né piangere né provare odio, ma comprendere». 

Dopo l’apertura a Londra, davanti alla tomba di Karl Marx con la recita di alcuni passaggi de Il Capitale (provocazione? rievocazione? folklore?) la scena vira verso Sud, a Torino Mirafiori, quartiere che ha conosciuto la migrazione (ed il razzismo del “Non si affita ai meridionali”, mentre oggi sono operai in pensione ad affittare a studenti stranieri del Politecnico), l’eroina e la cassa integrazione. Sinonimo di periferia, sinonimo di Fiat. Il ricordo va inevitabilmente al 14 ottobre 1980, a quella silente marcia dei quarantamila colletti bianchi contro lo sciopero ad oltranza delle tute blu. E che lo portò ad esaurirsi. 

Teamwork of businesspeopleDi quei giorni intensi vengono riprodotti degli spezzoni di Pietro Perotti, ex operaio che ai tempi aveva filmato di nascosto quel complesso industriale che possiamo oggi vedere in Senzachiederepermesso. Tra i ritmi delle presse e dei trapani, che ricordano i boati futuristi ed anche la magistrale Mass Production di Iggy Pop, l’improvvisato videomaker prima del tempo rifugge ogni accusa di luddismo, la tentazione di distruggere le tecnologie che prendono il posto della forza lavoro: «Mi dicevano: “Ma tui sei contrario all’automazione?”. No: se ad esempio si arrivasse per assurdo che si schiaccia un bottone, gira tutta Mirafiori ed il prodotto viene finito, quel bottone lo schiacciamo cinque minuti ciascuno». 

Cos’è Mirafiori adesso, nel 2017? Un’azienda che, sei anni dopo il referendum di Sergio Marchionne, ha cambiato aspetto, con il robot collaborativo e l’abbraccio della World Class Manifacturing (ossia l’approccio per la minimizzazione degli sprechi col perseguimento di rigidi standard), con giovani diplomati e studenti universitari che dirigono operai che potrebbero essere i loro genitori. In tutto questo, soltanto di FCA (per i profani, l’italiana FIAT + la Chrysler di Aubrun Hills, Michigan) Marchionne prende uno stipendio annuo di 10,6 milioni. «Ma lui è Marchionne, noi siamo operai!», chiosa con sorrisi ironici una coppia con figli dalla quale Lerner si ferma a cena. 

La ricerca di «una nuova Mirafiori operaia» porta ora allo stabilimento Amazon di Castel San Giovanni (PC), 1.300 dipendenti che possono variare in base ai flussi (soprattutto ai picchi di Natale e di agosto-settembre, periodo dei libri scolastici).
amazonIl nuovo proletariato è qui, tra computer, muletti e gli scaffali
di un magazzino organizzato secondo un’originale versione della legge di Gauss: se stocchi la merce in modo casuale, senza dividere per compartimenti o settori, allora hai la stessa probabilità di estrarre ogni cosa ovunque e non sprechi tempo per la ricerca ed energie per la sistemazione. Già, le energie: correre per distribuire e stare dietro agli standard orari, i turni di notte che maggiorano lo stipendio del 15%, addirittura un premio all’uscita, come spiega Irina: «Se magari dopo cinque anni non sono più così forte e non riesco più a sostenere i numeri, sì che è un vantaggio [per l’azienda] che vado via». Intanto, stando alla classifica Forbes 2016, il capo di Amazon, Jeff Bezos, con un patrimonio di 45 miliardi di dollari, risulta il quinto uomo più ricco del mondo.

Ma il mondo della distribuzione è anche nomade. Così si ritorna a Londra, tra i battistrada della gig economy, l’economia dei lavoretti on demand ad opera di quello che Lerner definisce «capitalismo delle piattaforme». È il caso di Andrea, uberista rumeno con un passato a Catania, che guadagna, al netto della benzina, 6 euro a corsa (la metà di un taxi, e questo un consumatore lo nota), rendendosi però disponibile sette giorni su sette, facendo i conti di quanto deve correre (ed incassare) di più oggi non potendo prevedere con certezza quanti tragitti farà domani. È il caso di Jason Moyer-Lee, statunitense di 30 anni, ciclista di Deliveroo e leader del sindacato dei Lavoratori Indipendenti di Gran Bretagna; sindacato, in anni cui la classe rivoluzionaria tanto cara a Marx si impolvera sui libri di storia, ancora da lui ritenuto una «nuova resistenza». 

operai-ediliE poi ci sono gli italiani all’estero. Come Piero, diplomato alberghiero che, informatosi coi video di Nocciolino24, è partito da Palermo e nella City vive con altri ragazzi emigrati pure loro (dal Bangladesh e dal Kenya) ed ha trovato lavoro come runner (oggi è cameriere) due giorni dopo essere atterrato. «Qui c’è meritocrazia, possibilità di crescere; i mezzi funzionano […]. In Sicilia resti lavapiatti tutta la vita» dice, con lo sguardo volto a Sud. E poi c’è Margherita, che, da Brindisi a Londra, vede una differenza lunga uno stipendio sicuro ed un bonus per l’impegno che scatta automaticamente sul conto corrente. Guai invece a firmare uno strafoodora_logo_wikiordinario nella sua Brindisi: «Dovevo sentirmi fortunata ad avere un lavoro pagato in quel modo». Lavoro che, tra l’altro, non sempre era retribuito. 

Lerner chiude questa prima inchiesta giocando una buona carta: parlando di operai in Inghilterra, l’asso non può che essere un’intervista a Ken Loach, il notissimo regista che da decenni eleva gli ultimi della piramide sociale alle sale cinematografiche. Viene affrontata una tematica delicata come la vergogna del povero a nascondere la sua condizione. «Se qualcosa è sbagliato nel sistema, lui potrebbe pensare di cambiarlo. E i potenti non vogliono questo: loro vogliono che tu porti il peso della tua condizione, perché se non è colpa tua è colpa della politica»: toni da populismo di sinistra? Peccato che la realtà dei fatti la rispecchiano. 

Gad Lerner promette che andrà incontro a tutti gli ultimi: non solo a chi è in fabbrica, ma anche a chi pedala, a chi fa le pulizie, a chi è nel mondo delle cure. Credo che valga la pena seguirlo.

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