Guardando ed ascoltando gli Operai/2 – Inferno e Paradiso

L’articolo di Manuel Tugnolo (titolo or. “Guardando ed ascoltando gli Operai/2 Dalle pulizie a Luxottica: quando l’appartenenza fa la differenza”) di commento alla seconda puntata del programma Operai in onda su Rai3 ogni domenica alle 22:45. Per vedere tutta la puntata clicca qui 

 

Sapete della legge di Hooke? È quella teoria fisica per cui una molla, se tirata oltre una certa intensità, non torna più alla forma di prima. Oltre quella soglia la legge non funziona più, non descrive più la realtà di quella molla.

Mi viene in mente guardando la protesta di fine marzo degli addetti alla pulizie della Cassa di Risparmio di Genova (per gli amici, CaRiGe). Non si tratta di dipendenti ma di appaltati al massimo ribasso (dove a vincere è l’azienda che propone la retribuzione inferiore), ribasso che si è qui tradotto con un taglio del 60% degli orari di lavoro. Il risultato è che alcuni fanno 3 ore e mezza alla settimana per un totale di 40 euro, altri 7 ore e 35 minuti col contagocce.

Lavorare meno per lavorare tutti: funziona, fino a quando non si innesca una spirale al ribasso del genere. Ecco dove la molla si deforma, dove viene allentata troppo. Questo succede in una banca accusata di fuoriuscite illegali di capitali verso la Svizzera e che, fino a qualche anno fa, vedeva il proprio a.d. intascare quale stipendio qualcosa come 84 volte un suo dipendente bancario; il tutto nonostante i conti fossero (allora come oggi) in rosso.

Un grosso problema, come sottolineato da Enrico Malagamba, presidente della Cooperativa San Giorgio (250 soci lavoratori, con sede in quella che fu l’Italsider), è che il contratto nazionale è fermo al 2013, quindi al costo della vita (rapporto tra salari nominali e prezzi) di quattro anni fa. E al momento un’ora di pulizia frutta (lordi) 6,70 che (netti) diventano 5,50. Ne sa qualcosa Carolina, che inizia la giornata lavorativa alle sei, alzandosi un’ora e mezza prima, e finisce alle ventuno, con una pausa nel pomeriggio che sfrutta per prendere la patente. Il suo lavoro a ore le porta 1.100-1.200 euro mensili. Mi viene in men-te Bernie Sanders, quando sostiene che «Nessuna persona che lavora 40 ore alla settimana dovrebbe vivere in povertà».

maxresdefault_1Obiezione: ma quello delle pulizie è un buon lavoro qualificato, mica ci vuole una laurea! Controbiezione: «Però se non passiamo noi a pulire gli ambulatori e le camere dei pazienti, quando non si tratta di zona ad alto rischio tipo le terapie intensive, il rianimo, le sale operatorie… Sì, è pulire, però bisogna usare la testa perché comunque è un lavoro di responsabilità: se noi non puliamo bene, la gente si ammala». A parlare è Ramona, rappresentante UIL della Coop-Service che detiene l’appalto all’ospedale San Martino di Genova.

Ospedale. Al Civico di Palermo sussiste un meccanismo interessante, per cui gli infermieri sono tutti delle partite IVA (leggi: liberi professionisti). Il direttore Giovanni Migliore ricorre a questo paradosso formale per compensare la carenza di organico: su milletrecento infermieri, un quinto è a tempo determinato e le paghe si aggirano sui 1.400-1.500 euro; una situazione anomala, con la quale però si riesce a garantire un reddito a famiglie che altrimenti finirebbero sul lastrico.

Ad occuparsi di malati non ci sono solo uniformi bianche, ma anche «la schiera delle badanti», non solo straniere. Certo ci sono forti presenze rumene, accomunate da un forte senso di identità (Gad Lerner le incontra nel circondario milanese di Pero in occasione del Martisol, la festa che saluta l’arrivo della primavera) ed anche qui c’è un divario: tra chi porta a casa (o in rimessa ai parenti) 950 euro al mese al netto dei contributi e chi, invece, lavora in nero pur occupandosi dell’anziano 24/7.

Ma pensiamo anche ad un nome non straniero: Silvia, cagliaritana che si alterna con un’altra badante a curare due sorelle, una delle quali allettata. Non si tratta di un’eccezione: stando all’associazione Imbàlia, solo una domanda di lavoro su cinque non è italiana; c’è poi un 80% che si lascia alle spalle la vecchia occupazione per ragioni economiche.

luxottica-671Lerner chiama tutto questo universo un inferno, dove «curare le persone rende la metà di fare gli occhiali». Il paradiso che lui vuole contrapporre a tutto questo si trova qui in Terra, allo stabilimento Luxottica di Sedico, dove il parcheggio inizia a popolarsi già alle quattro e trenta del mattino, perché i lavoratori hanno preferito lo spostamento in avanti di un’ora dell’orario di lavoro che vedere traslocare tutto negli Stati Uniti.

L’azienda di Leonardo Del Vecchio (secondo uomo più ricco della Repubblica al 2016), partita da un capannone e quattordici dipendenti è oggi leader del mercato delle lenti: l’ultimo bilancio viene firmato con un utile di 851 milioni di euro. Perché chiamarlo paradiso, se da questi dati risulta un classico esempio di multinazionale?

Per via del welfare aziendale: c’è chi ha potuto permettersi un master, chi pagare i libri scolastici dei figli, chi sta svolgendo gli ultimi tre anni di lavoro part-time perché affiancato da un giovane che verrà poi assunto al suo posto a tempo indeterminato. 1484563519_o.380336Anche i sindacati, che qui non scioperano più dal 2004, riconoscono i meriti del padrone fondatore, sia per il suo contributo alla storia economica del bellunese sia per il rapporto umano e di gratitudine che viene rivolto ad ogni dipendente.

Cos’è insomma questo welfare aziendale? Lo illustra il direttore delle risorse umane, Piergiorgio Angeli: «È un grande investimento […], ciò che di fatto spinge la persona a massimizzare il proprio contributo aziendale».

E per quanto possa suonare strano per una voce di spesa quale è, anche Luxottica ne trae vantaggio economico: è deducibile (cioè viene sottratta dall’utile di Luxottica in sede di tassazione) e non grava neppure sul reddito patrimoniale dei dipendenti, grazie alle concessioni dell’ultima legge di Stabilità. Un risultato per tutti? Un tasso di assenteismo che vola basso, al 4%. È un sistema del quale purtroppo non possono beneficiare gli appaltati, sempre perché in teoria non dipendenti dell’azienda bellunese. Inferno e paradiso appunto, queste categorie così distinte eppure fisicamente così poco distanti tra di loro.

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