Guardando ed ascoltando gli Operai/3 Proletari di tutti i paesi, disunitevi (?)

L’articolo di Manuel Tugnolo di commento alla terza puntata del programma Operai in onda su Rai3 ogni domenica alle 22:45. Per vedere tutta la puntata clicca qui 

Quella che vado recensendo è una puntata di cui rileggo due volte il titolo: Proletariato e Nazione. Lo scossone è arrivato dopo che la rabbia degli ultimi del Nord del mondo – quei lavoratori che con la globalizzazione si sono ritrovati più poveri, nella migliore delle ipotesi con salari stagnanti – è stata incanalata da Brexit e poi ha spinto Donald Trump al 1600 di Pennsylvania Avenue, sperando in una doppietta in Francia con Marine Le Pen.

Associare proletariato e nazione in un unico binomio a Monfalcone, città goriziana che dopo un passato comunista si vede ora guidata da una giunta di centrodestra, lascia un po’ disorientati. Ma respiriamo l’aria della storica Fincantieri: ogni mille lavoratori italiani ce ne sono cinque stranieri (per lo più cingalesi e balcanici) in (sub)appalto; fuori dai cancelli, poi, è un crocevia di situazioni diverse: tra i fiumi di birra che rinfrescano le gole di via Cosulich si ode l’elettricista marocchino che ogni mese spedisce 600 euro di rimessa a moglie e figli, così come si ascolta il saldatore dell’officina di montaggio che, come altri del settore produttivo, parteggia ora per la destra (lui è consigliere comunale in un paese limitrofo per la Lega). All’interno del complesso industriale, in quell’arco della giornata, stanno ancora gli stabbiesi, saldatori pure loro ma iscritti al sindacato, e gli appaltati rumeni sul cantiere navale vero e proprio che grazie alla casa pagata dalla ditta riescono ad intascare 1.100-1.201.jpg0 euro. 

«Città snaturata» è quello che pensa di Monfalcone la sindaca Anna Cisint, nipote di un ex operaio in Fincantieri. La sua è una prospettiva locale: per questo non riduce un problema complesso allo slogan “Viva gli italiani”, ma mette la priorità sui residenti sul territorio; italiani o no non fa differenza. Però l’arrivo degli stranieri – osserva lei – comporta problematiche su occupazione, società e scuola.

Già, la scuola. Come alla scuola elementare Duca d’Aosta, che organizza colloqui a parte con le mamme bengalesi grazie alla possibilità di avere un’intermediatrice. Perché alla fine le problematiche stanno tutte nel linguaggio, veicolo di due visioni del mondo che se non si incontrano non si comprendono e degenerano nel reciproco guardarsi in cagnesco. Nota la maestra Annamaria: «Una volta che si supera l’ostacolo della lingua – diciamo in prima elementare – [i bambini stranieri] diventano bilingui». 

Un problema di lingua, quindi. Che in Albania le lavoratrici di un call center risolvono sintonizzandosi con le trasmissioni nostrane, come novelli alunne di un indefinito maestro Manzi. Qualcuna è più fortunata, come Fathma, una delle ventimila operatrici che ha avuto la possibilità di seguire un corso di lingua. Alcuni di questi coetanei vogliono andarsene, anche se al 2017 si tratta di una scelta e non di una necessità; non è detto che poi non ritornino, come Agon, sbarcato a Brindisi nel 1991 da una di quelle navi che abbiamo imparato a conoscere via tv, e ora quarantenne con una carriera imprenditoriale. Un cervello in ritorno. 

2.jpgCome ha fatto la Fiamm, azienda di batterie e dispositivi acustici che tra lo stabilimento in Cechia (già brucato dieci anni fa) e quello nell’aquilano Avezzano sceglie quest’ultimo. Delle notti insonni per la paura di svegliarsi al mattino col posto trasferito altrove, dove il costo del lavoro è inferiore e le materie prime si trovano a miglior prezzo, qualcosa sa Candidoro, trent’anni alla Fiamm e rappresentante sindacale. Lui e la famiglia risiedono in quel di Villavallelonga, e per arrivare in fabbrica alle sei lui ed il figlio (operaio pure lui) puntano la sveglia alle quattro e trenta del mattino. Ma davanti a tutte queste situazioni di sconforto, davanti agli ultimi quindici anni di «guerra tra poveri», come la chiama Candidoro, dove stanno i sindacati?

A Monfalcone, quando Gad Lerner chiedeva a Livio Manon, segretario provinciale dei metalmeccanici CGIL di Gorizia, se qualcuno di loro parlasse serbo o l’albanese, la risposta è stata un imbarazzato No; a Tirana, le operatrici del call center si guardavano tra loro col ciglio curvo quando viene domandato se ci sia un sindacato; alla Saes Getters di Lainate, nel Profondo Nord milanese, si è arrivati alla situazione paradossale per cui l’a.d., Guido Natale, ha dovuto, per evitare la delocalizzazione verso Cina e Corea del Sud, chiedere (lui, un a.d.!) che un gruppo di lavoratori si iscrivesse ad un qualche sindacato per avere formalmente una controparte con cui interloquire; nessun dipendente era tesserato. 

L’immagine che emerge è quella di confederazioni arroccate sul peso del loro passato, cosa confermata dalla percentuale dei pensionati sul totale degli iscritti, che almeno per CGIL e CISL supera il 50%. Si può osare porre una domanda radicale: il sindacato ha ancora un senso? 

È una delle domande scottanti che Lerner rivolge a Susanna Camusso (leggi qui tutta l’intervista), che l’anno prossimo lascerà la guida della CGIL. CGIL che si trova in una tenaglia, dal punto di vista transnazionale: da una parte c’è la forte vocazione verso i lavoratori di tutta Europa, dall’altra il rifiuto dello status quo dell’architettura comunitaria, che si presenta come un’Europa di soli tecnicismi, non sociale insomma. La solidarietà rimane un imperativo: lo slogan “Prima gli italiani” conduce in errore, perché la contrapposizione è tra la logica verticistica del profitto fine a se stesso e la logica del lavoro sudato al basso, non tra il macrocosmo etnico che popola la base. 

caduta-muro.jpgMa il colpo grosso della puntata arriva subito dopo. La chiusura è tutta su Lech Walesa, l’elettricista che, tra reclusioni ed iscrizione nel libro nero del regime comunista polacco, fonda clandestinamente un sindacato che si rifà alla Solidarietà e da lì incomincia a capeggiare le battaglie che lo porteranno, caduto il Muro di Berlino, all’elezione a presidente di una nuova Polonia. Nei suoi viaggi in tutto il mondo, dove a suo avviso viene accolto come rivoluzionario, nota come non venga messo in discussione il libero mercato in quanto tale, quanto la degenerazione nel capitalismo fine a se stesso. Che «non ha risolto i problemi del lavoro e della disoccupazione», lasciando così spazio alla destra populista di Jarosław Kaczyński, non alla Sinistra Democratica post-89 oggi ridotta ad un lumicino.

Purtroppo ho già esaurito lo spazio aprire un processo alle intenzioni sul come e perché. Ma, senza scomodare George Orwell che per primo ha capito che «in tutti gli stati i poveri sono più nazionalisti dei ricchi», se  avessimo dato più attenzione alle periferie cantate da Lou Reed o ai confini della città di Bruce Springsteen, o anche semplicemente  (se non vogliamo scomodare lingue straniere), ora non saremmo qui a stupirci. E a cercare di rimediare.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...