Guardando ed ascoltando gli Operai/4 Alla ricerca del proletario

Quarto appuntamento con la rubrica settimanale del nostro Manuel Tugnolo.

Come già dicevo aprendo questa rubrica, è positivo guardare ed ascoltare Gad Lerner nel suo viaggio attraversi gli operai senza paraocchi ideologici (lui, poi, che ha militato in Lotta Continua). Questa prospettiva neorealista la si vede muovere intorno alla domanda che fa da perno a questa quarta puntata: quanti sono proletari e non sanno di esserlo?

Sanno di esserlo, ad esempio, in via Calabiana a Milano, al Talent Garden progettato da un architetto del calibro di Carlo Ratti? Si tratta di un capannone in cui arrivano lavoratori in co-working, ossia affittando un posto da ufficio condiviso per minimo 250 euro al mese; stiamo parlando di 450 persone tra freelancer, startup, aziende internazionali, consulenti di dynamic pricer che offrono consulenza ai clienti per dirottarli verso le spese migliori (un Ok, il prezzo è giusto! 3.0 insomma). Troviamo anche un servizio di notizie per Samsung, una start-up attiva sette giorni su sette, con la redazione riunita al Talent Garden; si tratta di un gruppo tedesco, che nel mondo dell’informazione non contempla assunzioni a tempo determinato.

Guardando ed ascoltando, mi viene in mente il primo anno di Economia, quando ad Organizzazione Aziendale si discuteva se nel XXI secolo la concorrenza in senso tradizionale fosse davvero morta; via Calabiana sembra rispondere negativamente, sembra dire che con le partnership possano beneficiare più start-up.

Startup.jpgIn questo “giardino dei talenti” si trova anche Massimo Temporelli, fondatore di The FabLab a Milano ed ora impegnato con Arduino, la piattaforma di hardware open source (cioè priva di diritti d’autore e quindi scaricabile e modificabile liberamente, senza licenza). A suo avviso, con la manifattura digitale la fabbrica torna in città. Obiezione di Lerner: «Ma senza operai». Risposta: «Con operai diversi». «Ma molti di meno». In questo capannone è difficile trovare quarantenni o anche oltre. In un Paese che è penultimo in Europa per numero di laureati (ci batte solo la Bulgaria), con i laureati meno pagati ed il recente Rapporto ISTAT che conferma i giovani essere più poveri dei loro nonni, un’alternativa si trova qui, nell’abolizione della proprietà privata dei mezzi di produzione, come la chiamerebbe Karl Marx vedendo che non c’è un’azienda proprietaria. È il ciclo dell’innovazione, che distrugge vecchie mansioni e ne crea di nuove; è sempre stato così. Il problema non sta tanto, romanticismi a parte, qui, quanto nella capacità di riassorbire la domanda di lavoro che viene ad eccedere, che si ritrova orfana dell’occupazione precedente.

Sanno di essere proletari i giornalisti? «Nessuno li conosce come proletari», chiosa Désirée Klain, portavoce del giornale online Articolo 21 – Liberi di… e direttrice artistica del festival internazionale di giornalismo civile Imbavagliati. Ce li immaginiamo tutti dall’alto delle loro colonne o dei loro programmi tv, col potere di argomentare quello che vogliono. Ma facciamo i conti in tasca: i precari vanno avanti a contratti trimestrali a 600 euro mensili, con un tetto massimo di 3.000 annui; le tariffe vanno dai 6 ai 9 euro per un pezzo di massimo di 1.400 battute, oltre non si può intascare più di 35 euro lordi. Buona parte delle cronache locali, poi, è realizzata da collaboratori. 

5-euro.jpgPrendiamo Vincenzo, 31enne di Napoli: inizia con un blog, viene poi contattato da un giornale per la sua abilità di scrittura; l’assunzione prevede 200 euro al mese, e qui persino gli 800 da regolare praticantato diventano un miraggio. Oggi raggiunge quota 1.000 seguendo campagne elettorali e gestendo un’agenzia di comunicazione e consulenza politica con un altro giornalista. Inoltre, collabora ad Ercolano con Radio Siani, la web radio dell’antimafia intitolata al giornalista precario de Il Mattino di Napoli ammazzato nel 1986.  

Sanno di essere proletari assistenti ed i tirocinanti? Se guardiamo Valentina, che studia da assistente giudiziario da 7 anni nella speranza di una contrattualizzazione, o  Cosimo, avvocato di Barletta, sembra di sì. Della schiera dei 250mila avvocato, il 35% non supera in un anno un reddito lordo di 16mila euro, e i contributi vanno versati di tasca propria. Chi ne approfitta? Il titolare dello studio che fa fare pratiche in nero ad altri avvocati. 

Forse tutti questi sono consapevoli di essere proletari, dal momento che il 27 febbraio scorso la Mobilitazione Generale degli Avvocati (un sindacato delle toghe!) è scesa in piazza con farmacisti, geometri, architetti, giornalisti e partite IVA varie per denunciare il fatto che i loro redditi siano inferiori a quelli degli operai tradizionali. E poi i giovani ingegneri, spesso costretti al lavoro gratis; l’alternativa per i titolari sarebbe lavorare male o fallire. 

foodora_logo_wikiManifestare in un corteo così insolito è la prima volta anche per Lerner. Ma i nuovi proletari non sono solo gente in giacca e cravatta che ha intrapreso degli studi nella speranza di una professione e di una retribuzione migliori (eccola qui, la grande differenza col proletariato tradizionale!), e neanche degli artisti non pagati puntualmente e al di sotto di un reddito annuo di 25mila euro, ma anche i lavoratori della gig economy

La testimonianza di questa settimana è di Beppe, studente di Giurisprudenza a Torino originario di Catania, licenziato da Foodora per essersi mobilitati con altri per un aumento salariale. Ora lavora per un’altra piattaforma di food delivery, che gli offre 2,70 orari più 1,80 a consegna. Com’è il lavoro coi colleghi? Secondo Beppe c’è un forte spirito competitivo, non foss’altro perché ci si sposta in bici: pedalare più veloce degli altri significa poter soffiare le consegne agli altri. 

Lerner lo segue mentre effettua la sua prima consegna all’una e mezza di un giorno piovoso: nessuna mancia. Appena terminato, dall’altra parte del viale giganteggia un manifesto di Foodora: «E nel frattempo possiamo ammirare come spendono i soldi le aziende del food delivery. Perché non si creano problemi a tempestare la città. Ordina ora, la consegna è gratis!, perché pagando i fattorini a cottimo, tutto sommato il rischio d’impresa è completamente azzerato». Il commento di Beppe non può essere più chiaro. 

Se Beppe si trovare a consegnare un pasto a Domenico De Masi, l’intervistato che conclude la puntata, si sentirebbe rispondere pressappoco così: “A te converrebbe lavorare da disoccupato aggratis, perché saresti più competitivo dei lavoratori retribuiti che, quindi, dovranno accettare di lavorare di meno per far lavorare anche voi, pena la concorrenza che verrebbe soffiata”. Questa è una delle tesi del suo recentissimo saggio, Lavorare gratis, lavorare tutti. Perché il futuro è dei disoccupati (Rizzoli, 2017). 

Sembra tutto facile, avveniristico e bello, ma non è la stessa logica della concorrenza al ribasso, della guerra tra poveracci portata all’estremo? E come potrebbe quindi portare ad esiti diversi da quelli che si sono visti? 

Ricordiamo cosa diceva Pietro Perotti nella prima puntata? «L’economia reale è quella che si produce all’interno della fabbrica, quella che producono gli operai». Ecco.

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...