5 idee sul rilancio de L’Unità e noi

Un giorno come tanti. Eppure molto particolari. Il racconto di cosa sta dietro a L’Unità.

Sono le 22:49 di un giovedì sera. Il lavoro di una redazione è già stato confezionato, anche se non spunterà nelle edicole perché le rotative attendono da alcuni giorni i contanti dalla società che sta dietro al quotidiano. Probabilmente i giornalisti stanno per salutarsi al giorno dopo, quando arriva un comunicato dell’a.d.: vuole che le pubblicazioni vengano sospese, ritenendo questo «la scelta più giusta da fare in attesa di portare a compimento le procedure di ristrutturazione aziendale».

prime-pagine-rotativa.jpgIl giornale in questione è l’Unità, che da due anni non ha un piano aziendale e ha visto solo tagli alla distribuzione in metà delle Regioni italiane; i giornalisti quelli della redazione cartacea (il sito unita.tv, per quanto possa essere contraddittorio, è una cosa diversa), appena usciti vittoriosi da uno sciopero ad oltranza di una settimana per vedere gli stipendi di aprile; l’a.d. un certo Guido Stefanelli, che con Massimo Pessina detiene l’80% dell’azienda Unità srl, lasciando il restante 20% alla Fondazione EYU (Europa, Youdem, Unità), a sua volta controllata al 100% dal Partito Democratico.

Si potrebbe liquidare il tutto con l’inevitabilità della morte dell’informazione cartacea nel millennio della Rete, morte dolorosa ma inevitabile. Però vedere le lettere, i consigli e la solidarietà dei lettori da una parte ed il cinismo vomitato sulla pagina Facebook di unita.tv dall’altra ti fa capire come questa morte non passi inosservata.

La domanda diventa: al 2017, può un giornale schierato avere un suo spazio, una sua risonanza? Può avere un ruolo oppure la sua esistenza è motivata da gusti vintage?

WhatsApp Image 2017-06-04 at 16.39.54Chi scrive ha avuto l’opportunità, da febbraio, di essere in contatto con Sergio Staino, lo storico vignettista che qualche mese prima aveva preso le redini de l’Unità per farne un «giornale militante» che parlasse a tutta la sinistra, «da Giorgio Napolitano a Stefano Fassina». È stato su queste colonne che è nata, sulle orme prima di Walter Veltroni, poi di Beppe Sala e Pierfrancesco Majorino, l’iniziativa del 20 maggio senza muri, la marcia per l’accoglienza e l’integrazione tenutasi a Milano per fare «come Barcellona». E chi scrive ritiene che la risposta alle domande di cui sopra sia positiva. Perché non stiamo parlando di un giornale qualsiasi, puramente informativo; stiamo parlando de l’Unità, che è qualcosa di diverso. E non è solo una questione di romanticismo.

Su quello che per lungo tempo ha avuto come sottotitolo Organo del Partito Comunista Italiano (benché Antonio Gramsci, nella lettera fondativa, non volesse «alcuna indicazione di partito») alcuni dei nostri vecchi hanno imparato a leggere (non c’erano solo le elementari o il maestro Manzi), poi ci hanno fatto il copricapo da muratore o da cuoco alle Feste dell’Unità, lo hanno messo sottobraccio alle manifestazioni (ricordate Eskimo di Francesco Guccini?). Poi, progressivamente, molti dei figli lo hanno abbandonato compiendo, come scriveva Michele Serra nel 2000, il «classico delitto perfetto»: «l’assassino, oggi, è proprio colui che si dispera, colui che si sentirà orfano, è il solo che potrà partecipare ai funerali della sua vittima nella pienezza del lutto». Insomma: non una cosa da poco.

pic_2890.jpgUn giornale come l’Unità ha un senso se si torna ad un altro rituale: la diffusione domenicale militante. Che non significa solo stare attenti ai postumi del sabato sera, pubblicizzare un prodotto o prendere le porte in faccia. Significa anche vivere l’esperienza politica come un qualcosa di attivo, di vivo, che può fare la differenza di avere in tasca una tessera di partito; significa andare a viso aperto verso le persone, magari venendo accolti, magari prendendosi i vaffanculo, magari parlando dei problemi della quotidianità (altro che legge elettorale o complotti internazionali, la gente è preoccupata del lavoro che avranno i figli o il coniuge, di come potranno pagare tutte le tasse, di come l’ambiente in cui vivono può rendersi più vivibile). Significa conoscersi, anche come vita di partito, e far vedere che sui territori si esiste non solo per cercare voti in campagna elettorale; sarebbe una buona pratica specie per quei circoli di paese che non sempre possono permettersi l’affitto per un circolo fisico.

Un giornale come l’Unità può avere un senso se gli utili delle Feste dell’Unità finiscono, almeno in buona parte, proprio a l’Unità.

Un giornale come l’Unità può avere un senso se viene costituito come una società cooperativa. Prendiamo il manifesto: tra proprietari, editori e redattori la differenza c’è solo nel nome; tutti i dipendenti sono soci della cooperativa, con differenze salariali pari a zero. Il contratto è poi aperto a chiunque, specie ai lettori, che per il manifesto (ma lo stesso discorso può valere per l’Unità) sono di nicchia e fidelizzati, e possono finanziare senza grossi capitali (pensiamo al Guardian, che riceve dai suoi supporter cinque sterline al mese) il loro stesso giornale, quasi come se questo lavorasse direttamente per loro.

eccoci_1984.jpgUn giornale come l’Unità non vuole proporsi come un malloppo di ottanta pagine molte delle quali verranno appena sfogliate. Vuole essere un giornale leggero, che scava oltre le notizie, mette in circolo commenti idee e testimonianze dal vivo (quante persone sono disposte a scrivere per puro orgoglio di testata?); qualcosa di molto agile ma allo stesso tempo vulcanico, tipo L’amico del popolo di Jean-Paul Marat agli albori della rivoluzione francese.

Infine, un giornale come l’Unità ha un senso se viene riconosciuto come un punto di riferimento. A sinistra molti tentano l’avventura editoriale: da Lo Stato presente online di Andrea Orlando a L’Argine vicino a MDP, all’attenzione verso le disuguaglianze economiche da parte di pagina99 (anche se non è una rivista dichiaratamente di sinistra) ai bastian contrari di Left, ai blog di singole personalità (penso a Fabrizio Barca, Roberto Giachetti, Ileana Argentin, Sara Manfuso) su L’Huffington Post. Ora provate ad immaginare se tutti questi facessero quadrato intorno al giornale fondato da Antonio Gramsci: l’Unità non uscirebbe  più forte, un totale maggiore della somma delle parti, oltre che un formato ricco di contenuti ed anche economicamente autosufficiente, stando a quanto abbiamo appena detto sopra?

Oggi pomeriggio [sabato 3 giugno] mi ricontatta Staino: dice che si ripartirà. Ma in tutto questo è assordante il silenzio, fatte salve alcune eccezioni (Gianni Cuperlo e, chapeau!, Roberto Speranza), di tutto il PD. Quando arriverà il giorno, non troviamoci impreparati: con l’Unità in tasca, sullo smartphone o intenti nella diffusione, il gioco varrà la candela.

di Manuel Tugnolo, GD Novara
Twitter: @manuel_tugnolo

L'Unità_logo_trasparente.png

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