Guardando ed ascoltando gli Operai/5 Facce flessibili (e precarie?)

Torna l’appuntamento settimanale con “Guardando e ascoltando gli Operai”, la rubrica del nostro Manuel Tugnolo che sta creando dibattito ed interesse su tanti temi importanti.

 

Gaetano, 63enne di Bienno (BS), è muratore alla Mo.ca.m, una ditta da una settantina di dipendenti che spartisce i magùt con le loro cazzuole in giro per tutto il bresciano, in base alle richieste. Dal 2013, per via di un incidente sul campo, deve stare attento a cosa si carica addosso, ma niente lo ferma davanti alla sua “occupazione” del fine settimana: finire la casa vicino alla figlia ed ai nipotini (uno dei quali si sveglia alle cinque e mezza del mattino apposta per salutarlo prima del lavoro), casa che si sta costruendo da solo. 

Gaetano è uno dei due milioni di lavoratori nel mondo del mattone. Ovvero uno dei settori con più incidenti e morti, assieme ad agricoltura ed autotrasporti; questo è poi aggravato dall’aumento dell’età pensionabile (Gaetano spera di andarci tra due anni e mezzo), che può portare ad incarichi a quota degli ultrasessantenni, non pochi dei quali rispondono alle fatiche facendosi delle bevute decisamente non ottimali. 

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Aggiungiamo a questo i casi in cui le ditte fanno firmare documenti in cui gli operai affermano di avere ottenuto tutte le protezioni necessarie, che però non arrivano mai: in questo mix risulta spiegato il primato di cui sopra. «Sono passati circa cinquemila anni e come si continua a morire? Nello stesso modo: si cade in assenza di parapetti»: così Gianni Lombardo, responsabile territoriale della sicurezza nei cantieri, quando Gad Lerner gli fa notare la citazione sulla sua pagina Facebook tratta dal Deuteronomio biblica, che quasi diventa uno dei primi manuali di sicurezza sul lavoro della storia.  

   Gaetano è una di quelle persone che per iniziare il lavoro si sveglia ancora prima dell’alba. Questo può avere delle conseguenze sull’organismo e sulla mente? Dopo che l’uomo è stato abituato per millenni a seguire i cicli del sole e della luna, essere tanto flessibili (eccolo, l’aggettivo tanto osteggiato) ha delle conseguenze? Paolo Vineis, epidemiologo della Human Genetic Foundation di Torino e coordinatore del londinese progetto Lifeboat, ha studiato migliaia di campioni sanguigni: al netto di fumo, alcol ed assenza di attività fisica, uno stato di stress psicofisico può ridurre la vita di due anni al di sotto della media. Uno stato di ansietà, irrequietezza e paura del futuro si traducono chimicamente in modifiche molecolari e clinicamente in malattie cardiovascolari.

   Nel nostro immaginario, viene in mente, un po’ comicamente, il giapponese medio in giacca e cravatta dentro fino al collo nel lavoro, con la lama pronta nel cassetto della scrivania per fare harakiri appena viene dichiarato non all’altezza del suo compito. Ora, battuta a parte, spostiamoci verso i vicini cinesi e quindi ancora più vicino a noi, nella Chinatown. Guardiamo ed ascoltiamo la testimonianza di Luca Hu, cinese che inizia a lavorare dopo la terza media e riesce, in sei anni, a risparmiare una cosa tipo 35mila euro attuali. Da quale condizione veniva? Cos’è diventato ora? Non spoilero alcunché: vi lascio qui l’intervista sbobinata; è impossibile ricavarne l’essenza e sintetizzarla in un solo paragrafo. C’è dietro un’idea del lavoro completamente diversa da quella cui siamo abituati.

   Ed intanto noi impariamo a conoscere la liberalizzazione del mercato del lavoro portata agli estremi sotto la sigla del 24/7. Ma che senso ha in una panetteria come Il Vecchio Mulino di Alessandria? Il capo, Mario, riesce a beneficiare di questa liberalizzazione quando la concorrenza è scarsa: riesce ad avere dai sessanta ai cento clienti la sera, e con questa domanda riesce ad assumere quasi una ventina di dipendenti a 1.100-1.200 euro mensili, utili poi a pagare un affitto. Ma dell’alternanza del dì e della notte, dato che si lavora 6 giorni a settimana, 6 ore e 45 minuti al giorno, con un turno di notte ciascuno? blog_belpo_craryMario la definisce una «nocività necessaria, a volte», ma aver visto un paio dei suoi sottoposti ringraziarlo in lacrime per un posto di lavoro che non rimaneva un miraggio lo incoraggia a procedere in questa situazione. Sembra essere una buona panacea alla crisi, se non fosse che in queste liberalizzazioni degli orari commerciali l’Italia non la batte nessuno.

   Per questo, Gad Lerner si reca in ispezione al Carrefour di piazzale Siena a Milano. In serata dialoga con Stefano Gatti, sindacalista Cisl ed ex lavoratore in quel Carrefour; dallo scambio di battute viene fuori che effettivamente un aumento del fatturato c’è, mediamente pari al 10%; ma quando costa sviluppare questo fatturato? Chi fa i turni notturni porta in tasca il 15% in più di chi quegli stessi metri quadrati li vive con la luce del sole. Lerner torna sullo stesso piazzale alle quattro del mattino: i fornitori sono dipendenti terzi di cooperative; gli scaffalisti sono i famosi somministrati, partite IVA che compensano la mancanza di personale del Carrefour; non vale insomma la regola del “Mi sposto nel turno di notte e mi pago il mutuo”. Però, osserva il Nostro sibillino, «in una mezz’oretta non ho visto battere uno scontrino».

   Quali corde si toccano quando la liberalizzazione arriva a violare la Pasqua? All’outlet di Serravalle, lo sciopero del Sabato Santo non è molto seguito, il perché lo spiega una commessa a tempo determinato che vi partecipa: è una scelta rischiosa, perché il proprio posto può saltare; le sue stesse amiche non vogliono correre il rischio che sta intraprendendo lei. Tra la folla c’è anche Marco, un imprenditore che ha una sartoria all’interno dell’outlet, uno dei pochissimi imprenditori iscritto al sindacato. Per questa sua presa di posizione, è passibile di multa. Se non fosse che tutte queste facce manifestano sotto il sole di un piazzale, potremmo immaginarle con le spalle al muro, intrappolati che devono intraprendere una scelta: stare muti nella loro inferiorità o correre l’azzardo del manifestare pur essendo passabili di licenziamento.

   jackson-premium-outlets-16La conclusione della puntata è una sorta di ritorno al passato: Lerner torna alla GLS di Piacenza, dov’era già stato qualche mese fa per il suo programma Islam, Italia in occasione dell’investimento dell’operaio e sindacalista USB Abd El Salam durante un picchetto sindacale. Ora qui lavorano due dei suoi figli, il 19enne Mohammed ed il 25enne Ahmed, sotto cooperativa, con orari dalle 21 alle 6. Pochissimi sono gli italiani in giro, e cosa dicono gli occupati tricolore? Che quella di Abd El Salam è stata «una tragica fatalità» per via di un camion che non ha rispettato i limiti di velocità del piazzale interno, non un assassinio.

   Queste sono alcune delle facce che si muovono nel difficile triangolo orlato da flessibilità, precarietà e povertà: c’è chi sottostà per portare a casa qualcosa in più di prima, chi perché rimane l’unica alternativa trovata alla disoccupazione certa. Questo ci aggancia al prossimo, ultimo episodio: non come sarà il lavoro del futuro, ma cosa sarà il lavoro del futuro.

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