Guardando ed ascoltando gli Operai/6 Cosa resterà del lavoro

Ultima puntata di Operai e ultimo appuntamento con questa rubrica tenuta da Manuel Tugnolo.

Come possiamo immaginare, le puntate di Operai che abbiamo guardato ed ascoltato sono state girate in inverno-primavera. Questa che vado commentando – l’ultima – si spinge ad una domanda radicale: il lavoro serve ancora? 

robot

E’ perfettamente adatta al 2017, se pensiamo alla proposta di Bill Gates di tassare i robot per il lavoro che ruberebbero all’uomo, al reddito universale che pure non è servito a Benoît Hamon per ridare ossigeno al Partito Socialista francese, al reddito di cittadinanza made in M5S cui si propone come alternativa un lavoro di cittadinanza (cit. mozione Renzi-Martina) e, non ultime, il recente discorso sul lavoro di Papa Francesco a Genova che tanto chiacchiericcio ha suscitato. 

   Fortuna vuole che Gad Lerner incomincia su un mondo sulla cui assenza nelle precedenti puntate stavo per muovere delle critiche: quello della terra. L’inizio è tutto nel trevigiano, tra le vigne di Valdobbiadene; più precisamente, tra le trecento vacche di Fabio, che qualche anno fa, da fresco laureato, ha dimostrato rinnovamento nell’atto di prendere le redini di famiglia. La giornata lavorativa inizia dalla stalla? No: dal controllo di un monitor (un executive dashboard, lo chiamerebbero i manager) che rappresenta graficamente variabili quali la produzione di latte, le vacche che non sono state ancora attaccate alla mungitrice ed altre cose; solo dopo aver fatto questi controlli inizia, non prima delle sette e trenta, il lavoro fisico. Da un punto di vista di braccia, a Fabio bastano quelle di una persona e mezza in più, grazie a tutto questo automatismo; meglio, poi, se sono quelle di un professionista specializzato e non di un generico mungitore. 

   Dal popolo degli allevatori proviene anche Enrico Grassi, il «cowboy dell’automazione» (copyright suo) in quel di Viano, il «paese della meccatronica» (idem) nel reggino, ed innovatore delle ceramiche dell’Ariostea, dove ora si produce grès porcellanato (quello delle classiche, calde piastrelle quadrate, per intenderci). Può passare alla storia come un grande innovatore o come il perito elettronico che ha svuotato un capannone dagli operai, dal momento che tutto il lavoro fisico è lasciato ai robot; ma ecco come risponde Enrico ai potenziali detrattori: «È meglio avere un buon prodotto, vendere tanto e qualcuno che li porta e li vende, perché è lavoro anche vendere». Ultimo, ma non per importanza: producendo al dettaglio, per il singolo cliente, non si creano rimanenze di invenduto, e quindi tenere un magazzino non si rende necessario. artigianato-intro.jpg-__scalew-700h-480.70312500000006t-2

   Ma c’è un posto dove il robot non si sostituisce all’uomo, ma addirittura ne favorisce l’occupazione. Quel posto è La Manuelita, una società calzaturiera di Grottazzolina. Puntando su digitalizzazione, comunicazione tra uffici (ad un livello tale che da Parigi possono vedere in streaming gli sviluppi in quel di Fermo) e calzatura in 3D, il numero dei dipendenti è passato da ventiquattro a sessantacinque. La filosofia che si respira all’interno è dare alle macchine al lavoro routinario per far emergere capacità e competenze dei dipendenti, non la loro abilità nel fare una produzione in serie; in un certo senso, si può dire che il robot permette che riaffiori lo spirito artigiano.

Dopotutto, qual era la figura che andava per la maggiore quando cinque secoli fa si iniziava a parlare di rivoluzione scientifica, quando gli «strumenti della mano» e gli «strumenti dell’intelletto», per dirla con Francis Bacon, diventano due vasi che ora comunicano tra di loro? Proprio quella dell’artigiano, che nel suo lavoro connette il lavoro manuale ed il cervello. Ma questo lo si nota facendosi un giro al Science Museum di Londra: l’uomo ha sempre cercato di delegare ad una macchina la fatica fisica della routine per dedicarsi ad altro. 

   E quando neanche la fatica basta a vivere una vita dignitosa? Qui, paradossalmente, maestra è la patria dell’austerità, del rigore, dove il termine per indicare debito può significare anche colpa: sì, è la Germania. Dove se vivi con un reddito annuo inferiore ai 17.500 euro non paghi le tasse e devi dimostrarlo; grazie ad una cosa del genere, persone come Mirko possono fare il fabbro e seguire un corso professionale (dove se ti assenti ingiustificatamente per tre volte devi cacciare di tasca tua un terzo dei costi totali), per alla fine avere un posto assicurato. E Virginia, partita 19enne dall’Italia (oggi ne ha 24) con 150 euro in tasca senza sapere una parola, lavora senza sussidio per due anni; poi, da disoccupata, percepisce 800 euro al mese, più l’assicurazione sanitaria. Le condizioni da rispettare sono un colloquio mensile, per dimostrare che si sta seguendo il corso di lingua e cultura tedesca finanziato dallo Stato, e una certificazione per accedere ad un tirocinio, ovvero tre anni in agenzia retribuiti. Visto dal Mediterraneo, questo sembra un altro mondo. E infatti, quando Gad Lerner chiede a Virginia se ha il pensiero di tornare in Italia, lei risponde testualmente: «Mai, mai, perché mai?». jobs

   Per la puntata c’è qualcuno che torna in patria, da Washingotn: Carlo Cottarelli, che abbiamo imparato a conoscere come l’uomo voluto da Enrico Letta per rivedere la spesa pubblica (per gli amici, fare una spending review) ed ora direttore esecutivo del Fondo Monetario Internazionale, viene intervistato nei meandri della nuova Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano, tra alcune lettere autografe di Karl Marx: scelta che pare provocatoria, dato che l’internazionalismo immaginato dal Manifesto del Partito Comunista è difficilmente conciliabile con quello del FMI. Secondo le sue previsioni, tra qualche decennio si potrà avere un nuovo incremento dei profitto da lavoro su quelli da capitale, che negli ultimi 35 anni è cresciuto a cifre esponenziali. È una critica alla globalizzazione selvaggia, che ha il difetto di mettere insieme sistemi molto diversi, come la Cina che è un paese senza sindacati; ma Cottarelli non propugna un ritorno ad una presunta l’età dell’oro, semplicemente considera di rallentare il processo per porre «in essere, per esempio, delle reti di protezione per chi viene colpito da questi fenomeni». 

   Una rete di protezione che però non si trova, a momenti neanche dal basso, nelle campagne del Sud (ma non solo quelle) soggette a caporalato. L’ultima parola, molto più importante delle analisi di Cottarelli, Lerner la vuole dare a Lucia, una bracciante di Grottaglie, in quel di Taranto, alle prese con una battaglia (quasi) solitaria, ma per via della quale può dire: «la mia coscienza, da questo punto di vista, posso dire che ce l’ho a posto». E non è solo una questione di rassegnazione: c’è anche l’aspetto per cui i caporali sono ritenuti non dei padroni mostruosi, ma dei «benefattori, perché sono quelli che gli permettono di avere un lavoro, un reddito»: guadagnare poco, insomma, pur di portare a casa qualcosa. Ma come funziona il meccanismo? 

   Fare un discorso generale è difficile, perché i contratti variano da provincia a provincia. La testimonianza di Lucia è questa: in tasca dovrebbero arrivare ogni giorno 40 euro, ma quelli reali non superano quota 27.  Si tratta di un trucchetto contrattato tra l’azienda e i caporali intermediari. Il pagamento avviene poi in contati o in assegno, qualche volta succede anche un po’ e un po’: «un’azienda mi aveva fatto la busta paga mettendo una certa quota come se mi avesse dato un acconto in contanti (soldi che mi aveva dato) e le rimanenze tramite assegno». La differenza, probabilmente, finiva (finisce?) tra le mani del caporale. Mi viene in mente (ancora un volta) Bernie Sanders, quando nel suo modello di economia rurale contrapponeva le «fattorie delle famiglie» alle «fattorie delle aziende». 
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L’omaggio finale è una fotografia delle mondine vercellesi che nel 1906 tornavano dalle risaie con la vittoria per le otto ore lavorative: il viale è in festa, le donne sorridenti con davanti i bambini, quasi fosse una replica al negativo de Il Quarto Stato che Giuseppe Pelizza da Volpedo aveva dipinto giusto qualche anno prima. A noi che operiamo nel territorio di Novara, anch’esso in buona parte fatto di risaie (e quindi da chi queste risaie le semina, le bagna, le lavora e ci campa) questo segnale dovrebbe apparire decisamente più chiaro. 

   E ora, da tutte queste considerazioni lunghe un mese e mezzo, cosa possiamo trarre per agire?

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