Ma perché guardare e ascoltare gli Operai?

Abbiamo seguito per 6 settimane lo svolgersi di questo interessante programma, raccontato sul nostro sito dal giovane Manuel Tugnolo. Ora qualche riflessione conclusiva, che può a suo modo essere l’inizio di un nuovo capitolo.

sicurezza_lavoro_1.jpgL’inchiesta sugli Operai made in Gad Lerner e Laura Gnocchi si è avviata alla conclusione, e la stessa sorte toccherà a questa rubrica. Quali conclusioni possiamo trarre? 

   Facciamolo con un dialogo semiserio: 

   «Complimenti Manu, ma questa menata chi te l’ha fatto fare?»

   Diciamo che ho voluto fare da cassa da risonanza a delle testimonianze dal basso che valeva la pena riproporre, cogliere nella loro interezza audio e video e quindi trasporre nero su bianco nei suoi punti più rilevanti. Questo vale ancora di più per una giovanile che guarda a (centro)sinistra, anche se abbiamo altro da fare che guardare la tv; ma quando i raggi catodici propongono qualcosa di interessante che non si trova abbonandosi a Netflix perché non cogliere l’occasione? 

   «Ok Manu… Ma appunto: una volta che lo troviamo sul sito della Rai possiamo metterci a dargli un’occhiata; qual è il senso di farci su una rubrica?» 

   Domanda più che lecita. Ragionare su quello che si guarda e si ascolta non è come sbobinare una lezione: si tratta di dare i giusti pesi, ponderare cosa valga la pena riprendere e considerare e cosa no, cosa significa prendere dei frammenti e, partendo da un’idea, tesserci una trama coerente. Sperando di arrivare a delle conclusioni (perché no?) di pubblica utilità, che possano ispirare ed aggiornare la nostra agenda (questa sì, invece, è del vintage che sta tornando di moda). 

   Riprendiamo liberamente i titoli delle sei puntate. Gli operai dopo la lotta di classe. L’esclusione e l’inclusione da/nel welfare aziendale. La vocazione nazionalista del proletariato. I proletari-senza-sapere-di-esserlo. La flessibilità ed il precariato. L'(in)utilità del lavoro in un futuro prossimo. Non siamo più nel mito della compatta classe operaia, anche se non molti hanno capito che siamo fuori da quella cosa. 

Sanders_speaking_for_meme_story.jpg

   E per essere da quella parte lì non è necessario conoscere a memoria le ragioni del socialismo. Un consiglio spassionato: andiamo a guardarci un discorso del 2015 di Bernie Sanders all’Università di Georgetown in Washington DC. È una risposta all’alta domanda su cosa sia il socialismo, che per il Nostro significa «riformare un sistema politico corrotto, creare un’economia che funzioni per tutti, non solo per i ricchi», ed è bene che sia democratico perché bisogna «costruire una vibrante democrazia basata sul principio “una testa un voto”». Il che non è una cosa scontata, dal momento la povertà comporta l’esclusione, anche politica. (La leva da cui parte il reddito di inclusione recentemente approvato sta anche qui.) 

   E per argomentare tutto questo, Bernie cita forse i classici con falce e martello? No: rimanda a Franklin Delano Roosevelt ed alla rete di sicurezza sociale che ha saputo costruire negli anni Trenta, poi a Lyndon Johnson ed al suo impegno per un’assicurazione sanitaria accessibile a tutti, quella stessa che in queste ore sta per essere rimessa in discussione nel parlamento a stelle e strisce; il tutto condito con analisi sulle disuguaglianze economiche. 

   «I banchieri crescono più pingui, i lavoratori crescono magri», fa dire in Jack of All Trades Bruce Springsteen al tuttofare… 

   «Eccolo lì! Sì Manu, ma aggiorna la playlist!» 

   Vedrò se farlo, perché se avessimo ascoltato meglio queste parole dell’America profonda (ma non solo dell’America) ci saremmo risparmiati mesi di grandi discussioni sull’inaspettata vittoria di Donald Trump grazie ai voti di questa gente qui. Tra cui i proletari nazionalisti cui Gad Lerner è andato incontro. 

   Voglio concludere queste postille sulle parole di Lucia, la bracciante tarantina che abbiamo conosciuto nell’ultima puntata, la donna sola a combattere davanti alla rassegnazione di tutti. 

Braccianti

La rassegnazione, ecco: il credere che le cose non si possano cambiare, che le forze non ci sono più e quindi, volente o nolente, bisogna accettare lo stato delle cose così come si prospetta. Ecco a cosa serve che noi stiamo qui a menarcela, approfondire, dibattere per giungere ad una sintesi sulle cose da fare: perché il futuro vogliamo cavalcarlo, non subirlo. Vogliamo «fare a pezzi il destino», come titola Roberto Vecchioni un capitolo delle sue recenti Storie di felicità

   E nel fare tutto questo, l’idea di un partito pensante possiamo intenderlo come le scale di Ludwig Wittgenstein: usiamo tutti questi passaggi per salire ad un piano superiore, arrivare ad un dunque e da lì ripartire, senza incrostarci su ulteriori commenti di commenti. 

   Un punto di approdo da cui poi issare ancora le ancore. Perché qui sì che ci sono interpretazioni diverse, ma alla fine quello che ci preme è cambiare le cose. (Come qualche mente laureata avrà capito, sì: sto riecheggiano l’ultima delle Tesi su Feuerbach, perché più che alta filosofia è buonsenso.) 

Consigli di lettura

  • Bernie Sanders, Rosa Fioravante (a cura di), Quando è troppo è troppo! Contro Wall Street, per cambiare l’America, Castelvecchi, Roma, 2016
  • Roberto Vecchioni, La vita che si ama. Storie di felicità, Einaudi, Torino, 2016
Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...