Il ragazzo di vita che uccise (?) Pier Paolo Pasolini

È una di quelle notizie che così, di colpo, ti fanno riavvolgere il nastro se sei uno di quelli che ha frequentato le pagine di Pier Paolo Pasolini non dall’altro ieri.

Getto un’occhiata alle notizie prima di cenare, dato che ho il vizio di mettere in silenzioso lo smartphone se sono a tavola con altri. Dopo una lunga malattia, Pino Pelosi (per gli amici: Pino la Rana) è morto. La notizia capeggia sull’HuffPost appena sopra quella della sentenza su Mafia Capitale: «(non)Mafia Capitale», come l’ha appena definita Enrico Mentana su Facebook, in seguito alla sfilza di condanne non per associazione mafiosa. Due vicende torbide e romane, quasi come se, cadendo lo stesso giorno, il Caso non esistesse.

Giustamente scrivono che con lui «se ne va la verità su Pasolini». Anzi: se ne vanno le verità. Perché se dopo 42 anni siamo ancora qui a cercare di capire cosa diavolo sia successo la notte del 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia, è evidente come Pino la Rana fosse stato solo la punta di un iceberg più grosso.

WhatsApp Image 2017-07-21 at 00.54.47Per molti anni siamo stati abituati a questa versione dei fatti: i due che si recano fin fuori città per avere un rapporto sessuale, essendo nota l’omosessualità di Pasolini; quindi Pelosi che, avendo rifiutato le pretese, si scatena in una rissa con lo scrittore, per poi investirlo accidentalmente con l’Alfa Romeo GT del malcapitato. Insomma: ucciso da uno dei ragazzi di vita che tanto ha narrato.

Già a questo punto possono sorgere le prime obiezioni: com’è che un appena 17enne si mette al volante di un’auto? Come può Pasolini averle buscate, proprio lui con un fisico discretamente atletico e forgiato da saltuarie partite di calcio? Tutte contraddizioni che emergono al primo processo, tenutosi tre mesi dopo l’omicidio e presieduto da Carlo Alfredo Moro, fratello minore del più noto Aldo che qualche anno dopo farà una fine simile. La condanna è di omicidio volontario in concorso con ignoti.

Quattro parole, le ultime, che come per magia spariranno al secondo processo, presieduto da Ferdinando Zucconi Galli Fonseca, e dalla sentenza del successivo 4 dicembre 1976 (neanche qui il Caso vuole esistere). L’assassino unico viene riconosciuto nel signor Pelosi Pino, ora maggiorenne, con tanto di argomentazioni che si arrampicano sugli specchi e fanno a pugni addirittura con le leggi della fisica. Quasi come se si debbano coprire i ben più importanti ignoti.

WhatsApp Image 2017-07-21 at 09.43.09Potremmo chiudere il discorso come un caso di malagiustizia. Se non fosse che Pelosi torna a parlare dopo tutti questi anni. Siamo ora nel 2005, il luogo è la trasmissione Ombre sul giallo su Rai 3. La nuova versione è questa: lui non ha ucciso Pasolini; i veri assassini sono tre ceffi spuntati dal nulla; lui avrebbe solo investito accidentalmente il corpo moribondo. Una versione ancora peggiore di quella del 1975; infatti qualche tempo dopo si scoprirà che Pelosi è stato pagato lautamente per finire in tv. «Follow the money», «insegui il denaro», direbbe il giornalismo americano.

Seguiranno altre due versioni. Una contenuta nel libro Io so… come hanno ucciso Pasolini (Vertigo, 2011), dove viene fuori che per Pino la Rana Pasolini non fosse un estraneo. Nell’altra, testimoniata davanti al PM Francesco Minisci nel 2014 in seguito alla riapertura del caso, compaiono due automobili, una motocicletta e un gruppo di sei persone ad agire nella scena dell’ormai lontano 2 novembre 1975; sarebbe stata questa banda ad uccidere Pasolini. Premeditatamente, dal momento che una delle due auto appena citate risulta identica all’Alfa Romeo GT dello scrittore.

Alla fine di questa sfilza, sembra di leggere le testimonianze di quattro personaggi diversi. Invece sono tutte di Pelosi, quasi a fare la parte della foglia di fico di un albero più grande e ramificato. 

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Risulta quindi lecito porsi: chi aveva l’interesse a zittire, facendolo fuori, Pasolini? Chi avrebbe avuto interesse nel sequestrare le bobine del film Salò o le 120 giornate di Sodoma, cioè i neofascisti come accusava l’amico Alberto Moravia? Chi avrebbe avuto interesse a non far venire alla luce il romanzo Petrolio, in cui Pasolini parafrasava e metteva alla berlina pezzi grossi come Eugenio Cefis (il controverso capo dell’Eni e della Montedison nonché fondatore della P2, che dopo qualche anno si sarebbe ritirato a vita privata in Svizzera), utilizzando tra le fonti le fotocopie di Questo è Cefis, pamphlet a firma di un fantomatico Giorgio Steimetz che qualche settimana dopo la pubblicazione sarebbe finito misteriosamente fuori commercio e ritirato dalle principali biblioteche?

 

È impossibile rispondere a questi quesiti in un paragrafo. Ma tutti questi retroscena (o presunti tali) la dicono lunga sul ruolo di Pino la Rana. Meglio di tutti lo descrive David Grieco, regista ed ex giornalista de l’Unità, nonché amico e collaboratore di Pasolini: «Pino Pelosi non è un mafioso. È un ragazzo di strada che ha perduto tragicamente la sua innocenza il 2 novembre 1975. Vive da allora nel terrore, imprigionato per sempre in un’identità precaria resa ancor più precaria dalle sue periodiche, contraddittorie rivelazioni». Sono parole tratte da La Macchinazione (Rizzoli, 2015), ricostruzione tradotta poi nell’omonimo film, dove il poeta viene interpretato da un magistrale Massimo Ranieri.

E, tra il testo e le pellicole, tra smentite e sotterfugi, mi vengono in mente quei versi di Fabrizio De André: «È una storia vestita di nero / È una storia da basso impero / È una storia mica male insabbiata / È una storia sbagliata».

 

Manuel Tugnolo,
20 anni – studente di Economia
Circolo PD di Momo-Barengo-Caltignaga-Vaprio d’Agogna
manu962017@outlook.com

 

DA LEGGERE E DA VEDERE:

  • David Grieco, La Macchinazione, Rizzoli, Milano, 2015. Da notare come in copertina sia reso come La Macchi-Nazione, quasi a suggerire retroscena più profondi di una vicenda di borgata.
  • La macchinazione, diretto da David Grieco, prodotto da Propaganda Italia in Associazione con Mountfluor Films, in Coproduzione con To Be Continued Productions, Italia, 2016.
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