Università, quando il baronato incrocia un cane da guardia

Il nostro Manuel Tugnolo racconta qualche dettaglio in più della storia che giorni fa ha acceso un forte dibattito sul mondo accademico italiano.

Stavolta voglio raccontare la storia di Philip Laroma Jezzi, il protagonista (molto poco citato) di una notizia che ha suscitato interesse quindici giorni fa: l’ultimo caso di baronato universitario.

     49 anni, figlio di un italiano e di una inglese, titolare di uno studio legale aperto a Firenze con alcuni amici, ha tentato nel novembre di cinque anni fa il concorso per diventare docente di diritto tributario, la branca in cui si è specializzato da studente a Londra.

     Oltre al requisito necessario del titolo di studio (il famoso valore legale), con l’entrata in vigore della riforma Gelmini (2010) si rende indispensabile anche il giudizio favorevole di una commissione nazionale, formata da cinque docenti di una stessa materia sorteggiati tra un gruppo che ha fatto domanda e con alle spalle un certo numero di pubblicazioni e citazioni nel mondo accademico. Commissione che giudica con dei criteri scelti alla prima seduta; ogni disciplina ha le sue sfumature valutative, ma un parametro generale rimane la quantità di papers accademici.

     Sulla carta vuole essere un meccanismo meritocratico. Che però fa a pugni con la pratica del baronato: prestigio accademico, raccomandazioni e conoscenze. Così Philip si è ritrovato ad un bivio: ritirare la candidatura per favorire un collega dotato di un curriculum meno ricco ma che lavora nello studio di un ex professore, con la promessa di una sicura ammissione l’anno dopo; oppure tentare e tirare dritto, col rischio di vedersi ostacolata la carriera.

     c9c11aae-a6d8-11e4-93fc-9b9679dd4aa0Lui intraprende la seconda strada: viene bocciato ma, con tanto di registratore dello smartphone, collabora con la Guardia di Finanza di Firenze e si presenta in procura per depositare le minacce fattegli da uno di questi baroni. Facendo ricorso al TAR, riesce ad essere abilitato nel dicembre 2013. Philip si è rivelato come un vero cane da guardia, un «whistleblower» per riprendere il termine usato da Raffaele Cantone per commentare la vicenda e presentare un Piano anticorruzione per l’università, frutto di un lavoro con la ministra (si può dire?) Valeria Fedeli, la quale ha promesso di andare a vedere fino in fondo su questa vicenda.

     Da due lunedì, per tutto ciò sono agli arresti domiciliari sette docenti di diritto tributario e sospesi per dodici mesi dall’insegnamento altri ventidue. Ma ovviamente, prima di lanciare pietre sull’uno o sull’altro aspettiamo la sentenza definitiva.

     Questa vicenda si è rivelata poi come il momento perfetto per rimettere in discussione il valore legale del titolo di studio, per chiudere i diplomifici e voler rendere gli atenei veramente concorrenziali e competitivi, con professori assunti e rinnovati anno per anno come se fossero i dipendenti di un’azienda. I Radicali si stanno già mobilitando in questo senso.

     Personalmente, in merito a questa proposta non ho ancora preso una posizione, ma da tutta questa vicenda mi piace far emergere un concetto: non quello cattivo (“Nel mondo accademico sono tutti uguali”), ma quello buono (“È possibile opporsi in prima persona a questa ingiustizia e vedere tutti i nodi venire al pettine”).

     Lanciando questo sasso nello stagno, e facendo mio il titolo dell’ultimo intervento di Elena Cattaneo, dico a me e ai miei “colleghi” di università: «Ragazzi, non mettetevi più in fila».

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