Per una narrazione targata Piddì: Johnny III

Il racconto di qualcosa che non c’è, ma forse sta nascendo. E quel che bisogna fare è solo rendercene conto.

La narrazione che proponiamo ruota attorno ad una persona che chiamiamo Johnny: come il Johnny B. Goode universalmente noto grazie a Chuck Berry, ma il discorso potrebbe valere benissimo una ragazza o una donna. Scegliamo di partire non da utopistici soli dell’avvenire, tutta la flora che la sinistra ha messo nei suoi simboli, scudi crociati o muri che ci difendano da un presunto cattivo. Ma dalla persona, che noi consideriamo, in tutte le sue sfaccettature, centrale.

Lo chiamiamo Johnny perché non ci interessa che sia italiano di nascita, di adozione o che sia immigrato in aereo o con un barcone; lo chiamiamo in inglese, la lingua che vuole essere di tutti o di nessuno, proprio per questo.johnny-b-goode-chuck-berry

Lo chiamiamo Johnny perché pensiamo a quelle volte in cui, consolandoci nel passato (è una cosa normale, si chiama nostalgia), realizziamo che esso vada ringraziato per ciò che è stato, ma che per realizzare nel presente dobbiamo compiere un ritorno al futuro.

Johnny lo conosciamo come simbolo del sogno americano, che poi è stato un po’ anche un sogno italiano. Quello stesso sogno americano che ha palesato la sua fragilità dieci anni fa con la caduta della Borsa di Wall Street e che, con l’effetto a cascata sull’economia reale, ha mostrato di essere una tigre di carta: forte dall’esterno ma ventre molle all’interno. Proprio come la tanto odiata Unione Sovietica. Soffrono tutti, tranne i più ricchi del mondo, e per questo Johnny rischia di regredire alla capanna «fatta di terra e di legno» da dove la scalata del suo vecchio era iniziata.

Come il suo “nonno” di fine anni Cinquanta, anche il nostro Johnny (chiamiamolo all’americana, Johnny III, per distinguerlo) è un ragazzo che potremmo ascrivere tra gli ultimi: non è un secchione, viene da una zona che ha sentito per intero lo schiaffo della crisi; l’Istat lo classifica in quella generazione che sarà più povera delle precedenti. Suo nonno era un baby boomer che sapeva che il futuro sarebbe andato sempre meglio, lui un millenial che vede il suo presente ed il suo futuro stagnarsi.

Pur non essendo per forza una cima coi libri, sa comunque cavarsela e ha voglia di lavorare, di giocarsi le proprie forze per stare sveglio, di andare a dormire stanco ma soddisfatto di quello che ha fatto di giorno. Dopotutto, il mondo non va avanti solo con gli intellettuali e le astrazioni, ma anche con artigiani, elettricisti, idraulici e meccanici. Insomma: Johnny III non è uno sdraiato.

Per lui non promettiamo per forza una carriera da chitarrista come suo “nonno”. Qualsiasi strada voglia percorrere, noi gli auguriamo il meglio e che ci riesca. Ma non ci limitiamo a fargli auguri: lo mettiamo in condizioni di partire senza affanni e senza disagi; vogliamo che eventuali fallimenti siano solo colpa sua, non di un rapporto di lavoro ingiusto, di infrastrutture preistoriche o di cavilli burocratici. Tra tanti altri, vogliamo farlo partire con le stesse carte in regola, senza disuguaglianze. Da noi in Italia, dopotutto, lo vuole l’articolo 3 della Costituzione repubblicana.Art 3

Una cosa che vogliamo per Johnny III è che possa essere messo il prima possibile in grado di farsi una vita autonoma ed una famiglia. Che non debba ritrovarsi a trent’anni sotto lo stesso tetto della sua infanzia perché stipulare un mutuo per la casa ed andare a convivere è rimasto un miraggio e non l’ordinaria amministrazione. Vogliamo, per dirla con un tweet di Bernie Sanders, che non sia «distante una diagnosi o un incidente d’auto dal disastro finanziario».

Se Johnny III deciderà di andare all’estero, noi non lo fermeremo, perché uscire e scoprire il mondo non fa male a nessuno; quello che ci auguriamo è che torni con un bagaglio più ricco rispetto a quando lo abbiamo lasciato all’aeroporto. E sappiamo già che non tornerà se i tempi della burocrazia continueranno a misurarsi in settimane e mesi e non in ore o giorni. Chissà se nel frattempo l’Europa sarà considerata estero o un’unione di pochi Stati ma buoni e fondata sul sentire europeo e non sui parametri e sulla tecnocrazia? Noi ci adopereremo affinché la risposta sia: Stati Uniti d’Europa.SUE

Johnny III capisce che la sua vita non si struttura come individuo che attraversa la sua esistenza come se il mondo esterno non lo riguardi. Ha presente la sua condizione e che essa non migliorerà aspettando e stando a guardare. Forse farà del volontariato, forse si butterà in politica; magari diventerà Presidente della Repubblica o semplice rappresentante di quartiere o di paese. Ma lui, parlando coi colleghi, bevendo una birra con l’amico/a al bar, a una cena intima o assalito dalla febbre del sabato sera, intuisce una cosa: che una vita fatta di relazioni è il sale della vita, che l’amicizia è un fenomeno troppo fantastico da non essere vissuto. Ci saranno anche delusioni? Lui non sarà il primo né l’ultimo, ma questo non significa che deve rinunciare.

Se proprio adesso dovessimo lanciare un augurio, al Nostro non potremmo che dire, come già urlava Chuck Berry: «Vai Johnny, vai!».

E, per valutare i suoi ed i nostri risultati, sarà d’obbligo vedere quanta strada avrà fatto Johnny III entro il prossimo Congresso.

 

di Manuel Tugnolo,
Studente di Economia,
Vicesegretario Circolo PD di Momo-Barengo-Vaprio-Caltignaga
Circolo GD Novara

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