I ragazzi di Pasolini, nome per nome

vitiello

L’idroscalo di Ostia, teatro dell’omicidio Pasolini

Siamo arrivati ancora una volta alla notte del 2 novembre. I più anziani e le più anziane ricorderanno probabilmente il sudore freddo del leggere i titoli de La Stampa o de l’Unità. Noi ragazzi ci dividiamo tra quelli di cui non hanno mai sentito parlare, perché nei programmi di letteratura del quinto anno andare oltre le pagine di Luigi Pirandello o Eugenio Montale è quasi un tabù, o tra quelli che hanno visto in grande il suo cognome alle mattine milanesi di scuola del Partito Democratico. (Scelta onorevole, quella di intitolarla a lui, ma che allo stesso tempo rinchiude in uno schema partitico uno spirito senza catene, seppure molto vicino al Partito Comunista Italiano.)

Pier Paolo Pasolini, quindi. E quella «storia sbagliata» (cit. Fabrizio De André) all’Idroscalo di Ostia, teatro di quell’omicidio a più mani che però macchierà la fedina penale del solo Pino Pelosi, braccio di una macchinazione più grande di lui.

Sia nero su bianco, sia in versi, sia in cinepresa, i ragazzi sono stati una costante di Pasolini. Ma chi erano? Possiamo riprendere quella vecchia battuta e dire che non lo sappiamo, perché non li conosciamo tutti nome per nome; invece una cosa del genere possiamo farla.

schermata2014-10-29alle08.09.46.pngI ragazzi di Pasolini sono il Riccetto, il Caciotta, Marcello ed Amerigo, i ragazzi di vita (dall’omonimo romanzo del 1955) che vivono l’immediato dopoguerra delle borgate di una Roma che ancora si porta appresso le cicatrici del bombardamento alleato. Ragazzi che frequentano l’università della strada, figli di padri che rincasano ubriachi, che fanno il bagno all’Aniene come noi ci tuffiamo in piscina, che si scambiano «Mortacci tua» e «Vaffan…!» (sic!) con la stessa facilità con cui ci salutiamo dandoci il cinque e che tuttavia hanno un forte senso di appartenenza. Ragazzi che, infine, vivono quella che Pasolini chiamerà più tardi la «mutazione antropologica» del dopoguerra: come il Riccetto che, se da ragazzino si buttava tranquillamente nell’Aniene per salvare una rondine, a qualche anno di distanza se ne starà in disparte quando vedrà annegare il Begalone e Genesio, il figlio del padrone per cui fa il manovale che voleva emulare il suo gesto di alcuni anni prima.

Un ragazzo di Pasolini è Tommaso, che l’autore conosce ad una fermata dell’autobus di Pietralata, con cui entra in confidenza per quegli unici minuti che lo vedrà in vita sua e che capitalizzerà questo incontro fino a dare alle stampe Una vita violenta nel 1959. Ovvero la storia romanzata di un ragazzo che vive la vita della “Piccola Shanghai” di Pietralata (che con le sue baracche è un po’ un terzo mondo dentro la Capitale), si innamora, finisce in carcere, ne esce con una nuova vita alla Tiburtina grazie al piano INA-Case che ricostruisce un tessuto urbano e fa emergere buona parte del sottoproletariato dalla povertà, trascorre mesi di convalescenza per tubercolosi, prende coscienza di classe e si iscrive al Piccì. E, come il giovane Riccetto, quando saprà che la Pietralata natia è inondata da un’alluvione, senza pensarci due volte attraversa la città a piedi sotto la pioggia scrosciante, salva rocambolescamente alcuni nuovi abitanti di quel terzo mondo (prima sottoproletario, ora risultato dell’immigrazione calabrese e pugliese), ma lo sforzo peggiorerà la tisi e lo porterà alla tomba nel giro di pochi giorni.

I ragazzi di Pasolini sono i protagonisti de Il sogno di una cosa, uscito nel 1962 ma composto a fine anni Quaranta. Nini, Milio ed Eligio, figli di braccianti che vivono la vita di paese al di là del Tagliamento e tentano fortuna in Jugoslavia, ammaliati dall’assoluta uguaglianza comunista, per tornare dopo poco tempo quando la realpolitk (cioè le tensioni tra Tito e Stalin) supera gli ideali e per partecipare alle lotte contadine per vedere approvato il giudizio De Gasperi sui danni di guerra subiti dai contadini.

I ragazzi di Pasolini non li trovi solo a caratteri, ma anche in pellicola. Ci sono i ragazzetti e le ragazzette intervistati durante i Comizi d’amore del 1964, l’ambizioso film documentario su sessualità e divorzio secondo l’Italia profonda delle spiagge (quelle borghesi così come quelle popolari), delle officine milanesi così come delle deserte campagne abruzzesi. Ci sono Ninetto Davoli ed i fratelli Sergio e Franco Citti, che proprio perché autentico esempio del mondo pasoliniano vengono arruolati per film come Accattone, Il Vangelo secondo Matteo o la Trilogia della vita. Come un Andy Warhol del Vecchio Continente, anche gli ultimi della società hanno con lui la possibilità di riscattarsi artisticamente e diventare qualcuno.

Nel frattempo, Pasolini studia i cambiamenti che in Italia ha portato una rivoluzione industriale affrettata, che conducono un paese ancora primario, che neanche ha vissuto la prima industrializzazione, ad accorciare le distanze con quei paesi che stavano portando a conclusione la seconda. Questa eccessiva fretta si concretizza nella «mutazione antropologica» (eccola qui!), che trae origine dal nuovo modello produttivo proprio del sistema capitalista (dall’economia insomma: in questo Pasolini è forse il più marxiano dei marxisti) e che ribalta di colpo la tavola dei vecchi valori con quelli della nuova, piccola borghesia. Non senza – sostiene Pasolini – effetti collaterali.

Diventano ragazzi di Pasolini i carabinieri che fermano la battaglia sessantottina di Valle Giulia e non gli universitari che inneggiano alla rivoluzione proletaria piuttosto che al fascio, perché «Avete facce di figli di papà. / Buona razza non mente. / Avete lo stesso occhio cattivo. […] / Io simpatizzavo coi poliziotti! / Perché i poliziotti sono figli di poveri. / Vengono da periferie, contadine o urbane che siano», come recita la celebre poesia Il PCI ai giovani pubblicata su L’Espresso del 16 giugno 1968.viodiocaristudenti.jpg

Diventano ragazzi di Pasolini i bambini che giocano per le strade della persiana (oggi iraniana) Isfahan, in contrapposizione ai capelloni «impiegati di banca, studenti, figli di gente arricchita che lavora nelle società petrolifera» la cui criniera testimonia «la nostra modernità internazionale di privilegiati!». Insomma: il «compagno di scuola, compagno per niente» cantato da Antonello Venditti.

Diventano ragazzi di Pasolini quelli che non si drogano, perché il farsi è passato da fenomeno elitario da geni sregolati (pensiamo a Samuel Taylor Coleridge) a costume «di questa irrevocabile determinazione dei giovani a vivere un vuoto e una perdita, e di mettersi in condizione di essere inaccessibili».

Diventa ragazzo di Pasolini Vincenzo, il poliziotto proveniente «da una famiglia povera e perbene del Sud» che compie un suicidio d’onore perché il detenuto a lui affidato ha sfruttato la fiducia personale del poliziotto per svignarsela. Segno che nella tavola dei valori ribaltata l’onore non è più raffigurato.

Diventa ragazzo di Pasolini Gennariello, l’inventato destinatario del trattatello pedagogico contenuto tra le Lettere luterane ed immaginato napoletano, perché la città di Napoli non risulta particolarmente scalfita dalla mutazione antropologica.

Questi sono i ragazzi che interessano a Pasolini: quelli che stanno nelle periferie, nelle borgate, nei posti più remoti e che risultano esclusi del pensiero dominante (o ne escono sconfitti) perché ad esso non si conformano. Chiamiamoli ultimi, reietti o dimenticati: ma stiamo parlando di loro.

Vogliamo ora andare a cercarli?

Manuel Tugnolo,
Studente di Economia – Circolo PD Momo

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