Un’analisi della sconfitta molto provvisoria

Con qualche giorno di ritardo, di cui ci scusiamo, pubblichiamo il contributo di Manuel Tugnolo, 21 anni, vicesegretario del Circolo PD di Momo – Barengo – Vaprio d’Agogna – Caltignaga. Da leggere!

È da quando sono andato a dormire un paio di ore all’alba di lunedì che ho per la testa le rovine di Kadessa.

Per chi non la conoscesse, Kadessa è una città presente in The Legend of Dragoon (gioco del 1999 per PS1) e capitale della 107esima specie degli Alati. Una città dotata di un colosseo dove venivano fatti combattere fino alla morte esponenti di altre specie figlie dell’Albero Divino (come la 97esima dei Giganti, la 105esima dei Draghi, la 106esima degli Umani). Un ammasso di rovine nelle quali i sistemi di trasporto della tecnologia alata sono ancora in funzione, come se quella terra proibita (dal momento che solo la 107esima specie può accedervi) non fosse proprio morta; rovine diventate tali in seguito ad una battaglia definitiva di una antica campagna bellica di 11mila anni prima. Una terra dove a contare è la purezza di sangue: se non sei alato o lasci quella terra per vagare per il resto del mondo, diventi un rinnegato.

Di colpo ci stiamo trovando, come se prima fossimo stati inglobati in una bolla inflazionata, a camminare tra queste macerie. Noi Giovani Democratici siamo qui, come nel teatro greco, ad interpretare il ruolo dei figli che devono espiare le colpe dei padri. Padri che hanno molti nomi: il Renzi post-2015, il narcisismo di D’Alema e, se vogliamo andare più lontano, la mentalità individualista che impera dagli anni ’80 e che in questi nostri anni ’10 ci sta conducendo al rifiuto o all’eliminazione di ciò che non rientra nelle nostre categorie, con le forme più estreme che sono sotto gli occhi di tutti. Espiamo queste colpe non nostre, facendo la parte delle belle figure in campagna elettorale.

E a vedere queste macerie mi sembra personalmente che fare il mio piccolo, dal basso, cercando di rendere la sezione il più presente possibile come presidio sul territorio, sembra una cosa inutile, energie sprecate per poi vedere che a Momo e dintorni abbiamo perso un terzo dei voti e che nella provincia siamo messi meglio che altrove ma sempre con lo stesso andamento. E so benissimo di non essere un Atlante che sorregge da solo tutto il peso del mondo; si tratta di come e quanto essere organizzati, presenti e pensanti in questo senso possa arginare il vento che sentiamo soffiare. Di quanti di quei voti avrei potuto contribuire a non far fuoriuscire. Far rotolare un masso per poi vederlo ridiscendere: ecco un mito più aderente, quello di Sisifo, che infatti motteggia sulla tessera GD 2017.

***

Le cause vengono da lontano. Attribuirle solo a Matteo Renzi vuol dire individuare il capro espiatorio e sacrificarlo per far contenti gli assetati di sangue che vogliono la sua testa, cosa che può essere gratificante nel breve periodo ma non aiuta a risolvere lo stato delle cose del lungo. Provocatoriamente si potrebbe dire: Renzi non piace? E se non piace come mai si è arrivati a Renzi? Forse perché quelli che c’erano prima non si sono mostrati poi così migliori?

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Quello che è saltato, per via della scarsa qualità dell’offerta (politica ma non solo), è il meccanismo di selezione. Tutti dovrebbero poter essere messi in grado alla partenza di rappresentare e decidere, ma non tutti devono arrivare per costrizione a questo traguardo o vedersi abbassare l’asticella di accesso o i click per le parlamentarie.

Se il prossimo governo di centrodestra o M5S-Lega-Fd’I (come pronosticato tra amici in Università Cattolica già prima di Natale) non riuscirà a fare cose (e non ci riuscirà, pena mandare in default le casse dello Stato o riconoscere che la loro è stata tutta una presa per il culo), se nel frattempo noi a sinistra non azzeriamo tutto e non avremo fatto una sorta di Stati Generali, allora i rischi saranno un’esplosione (una guerriglia civile, e con i sospetti tra poveri, poveracci ed immigrati c’è già abbastanza polvere) o un’implosione (un esaurimento nervoso collettivo dal quale verrà fuori un uomo forte).

La risposta a ciò che dobbiamo fare ora si trova dietro poche parole chiave. Opposizione. Idea di futuro. Progetto alternativo (anche tenendo le 100 cose fatte e da fare, non è che oggi le buttiamo nel cestino). Presidio sul territorio. Ascolto. Formazione. Senso di comunità.

Dobbiamo fare opposizione, perché è il mandato del quale siamo stati investiti per via democratica.

Dobbiamo produrre una idea di futuro, perché è indicando a quale orizzonte vogliamo avvicinarci che alcuni saliranno sulla nave ed altri no. Dobbiamo produrre un immaginario, una grande narrazione per la quale valga la pena lottare. Il progetto è necessario ma non sufficiente, lo abbiamo visto; diventa anche sufficiente grazie ad una solida identità.

Sembra una cosa da sognatori, da grandi parole? Allora prendiamo un esempio: non le grandi ideologie (comunismo, cattolicesimo democratico, liberalismo laico, azionismo) che fanno da lontane radici del tronco del nostro ulivo, ma David Bowie. Prendiamo Ziggy Stardust, il messaggero in Terra dell’Uomo Sidereo (lo Starman) che porta un messaggio. Quale messaggio? Non un messaggio di distruzione o di paura, con una razza extraterrestre pronta all’invasione (ogni riferimento alla Lega è puramente casuale), ma un annuncio positivo: oltre le sfere celesti c’è qualcuno pronto a venire incontro a noi, e la prospettiva di incontrare altri esseri dovrebbe renderci felici.

«C’è uno Starman / che attende in cielo / Gli piacerebbe venire ed incontrarci / Ma pensa che ci farebbe saltare le nostre menti».

O, per citare una canzone più tarda di Bowie, «credere nella più strana delle cose: / amare l’alieno». È per via di questa narrazione e di quelle melodie ottimiste che tutti noi, anche 46 anni dopo la pubblicazione di quel 33 giri, abbiamo sentito parlare di quella maschera come artefice di una rivoluzione dei costumi.

Dobbiamo realizzare un progetto alternativo. Perché è stato troppo comodo fare opposizione negli anni passati limitandosi a dire «Silvio Berlusconi deve dimettersi», mentre mettere sul piatto una proposta contenutisticamente diversa non è così immediato. Da questo punto di vista, molto delle 100 cose fatte e da fare è da conservare: sono delle battaglie da portare nella diciottesima legislatura, non un foglio da buttare dopo il 4 marzo.

Dobbiamo tornare ad ascoltare. Dobbiamo uscire dal vizio per cui noi siamo la verità e dobbiamo diffonderla in modo autoreferenziale. Dobbiamo farlo, specie in questi tempi di scarsa qualità del dibattito e di dialogo tra sordi. E poi, ascoltando si impara sempre qualcosa no? Si ricongiungerebbero, per citare Antonio Gramsci, l’«elemento intellettuale» che sa ma non sente e l’«elemento popolare» che sente ma non sa.

staino21giugno-330x333Dobbiamo diventare un presidio sul territorio. Perché voglio vedere se gli altri, dopo aver preso il voto, si faranno rivedere per rendere conto di questo e delle loro battaglie in Parlamento! E per farlo, dobbiamo saper essere organizzati e volenterosi. Per farlo dobbiamo anche capire le nuove dinamiche partecipative e la motivazione che può spingere una persona ad uscire di casa dopo cena per discutere un paio di ore di queste cose qui. Si potrebbe partire dagli elettori delle primarie così come dall’Albo degli Elettori del 30 aprile 2017, data delle ultime primarie aperte. Dobbiamo farlo di più e soprattutto meglio.

Dobbiamo rimettere in moto un meccanismo di formazione permanente, una Pier Paolo Pasolini in tutte le federazioni provinciali. Perché fare politica è anche la ricchezza di conoscere il come si fa.

Dobbiamo riprendere il senso di essere una comunità. La vita di Partito, dei militanti che si conoscono tutti, che sanno chi è disponibile e/o preparato in cosa distinguendoli da chi non si impegna o si presenta solo quando è il momento di accumulare tessere o cercare posti in lista. Insomma: un meccanismo di autocontrollo,

Dobbiamo farlo come Partito Democratico. Dobbiamo farlo anche come Giovani Democratici. Di Novara, del Piemonte e nazionale. Una comunità a cui personalmente devo molto, sia nella sua totalità sia alle sue singole persone. Grazie davvero, perché senza di loro la vedrei personalmente più nera per tanti, vari motivi.

***

Nel mentre che butto giù queste righe, arrivano nell’ordine l’annuncio delle dimissioni di Renzi, la probabile reggenza di Maurizio Martina, la voglia di molti militanti di ricominciare, il forte senso di unità della giovanile a tenere insieme la nave anche sotto questa tempesta più forte del previsto. Per questo ripenso a quelle parole dette da Walter Veltroni alla direzione che portò alla scissione di quei Liberi e Uguali oggi ridotti al lumicino: «C’è una cosa cui tengo particolarmente: combattete sempre l’idea che in questo Paese la sinistra sia obbligatoriamente minoranza, perché se lo è allora sono minoranza le ragioni dei diritti, della giustizia sociale, delle libertà di scelta; sono minoranza i più poveri. Per questo – fosse anche solo per questo – la sinistra non può permettersi di essere minoranza per scelta: non ne ha diritto».

Quindi ricominciamo. Da me. Da te. Da tutti i militanti che davvero vogliono farsi comunità sul territorio. Dal 19%, che con un cambio di rotta alla radice del pensiero e dell’azione possono riportarci al 41% (pur nelle loro sconfitte di Pirro, Bernie Sanders e Jeremy Corbyn insegnano). Dalle cose spicciole: dall’ascolto degli elettori delle primarie e dei simpatizzanti per capire quali sono le problematiche più sentite sui singoli posti, dall’organizzazione di momenti di (in)formazione in tal senso, a cominciare dal lavoro che cambia nei campi, nelle fabbriche, nei suoi problemi. Adottiamo la dialettica inclusione-esclusione imperante nell’età della globalizzazione selvaggia, stiamo dalla parte di chi esce sconfitto dal confronto con questo sistema economico e diamoci finalmente questo senso che latita da quando è crollato il Muro.

Mi viene in mente adesso che verso la fine di The Legend of Dragoon i protagonisti si ritrovano ad una frontiera desertica dove è facile perdersi; la destinazione è un’altra città alata, questa volta attiva e fiorente: Ulara. Ora tocca anche a tutti noi barcamenarsi tra queste macerie e compiere la traversata del deserto per ritrovarsi davanti non un PD-Kadessa ma un PD-Ulara. Facciamolo per tempo, perché verrà fuori presto l’inconsistenza delle proposte leghiste e pentastellate, e se non saremo pronti per tempo quei nuovi delusi non emigreranno facilmente verso il centrosinistra, ma più probabilmente verso Forza Nuova o CasaPound.

Davanti all’inconsistenza altrui, mostriamo come sia più fruttifero ed entusiasmante fare da argine se il solco lo prepariamo per tempo settimana per settimana.

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Un pensiero su “Un’analisi della sconfitta molto provvisoria

  1. Condivido quanto sopra ma le ragioni del deludente esito elettorale a mio avviso sono; è mancata la lotta alla criminalità, all’evasione fiscale, conflitto di interessi, immigrazione incontrollata, E’ difficile, per me, accettare l’abolizione dell’art.18, il lavoro precario senza fine. Mi fermo non vorrei sembrare un vecchio noioso. Nino Croce

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