Uno spettro di nome Karl Marx: ciò che vive

Oggi pubblichiamo il primo dei contributi dedicati a Karl Marx di Manuel Tugnolo, 21 anni,
Studente di economia in Cattolica
Vicesegretario Circolo Intercomunale Partito Democratico MBVC
Giovani Democratici – Circolo di Novara
Movimento Federalista Europeo – Sezione di Novara

Qualcuno diceva che era morto insieme a Dio, e quel qualcuno oggi non è che stia molto bene, anzi alcuni suoi illustri colleghi (vedi su tutti il grandissimo Ermanno Olmi) ci hanno lasciato recentemente. Per rimanere in tema di morte controllo la data lapidaria: 14 marzo 1883, scolpita sulla tomba al cimitero di Highgate in quel di Londra, dove Gad Lerner aveva iniziato l’anno scorso, citando pagine con un fare omerico, il suo viaggio tra i nuovi Operai.

Chissà cosa avrebbe pensato della parabola delle sue opere, dall’apogeo del secondo dopoguerra al declino all’alba del nuovo millennio al revival degli ultimi tempi. Lasciando chi dibatte tra la sua attualità e la sua morte, citando ad arte e strattonando pagine come un animale impagliato tra due bambini. E per rimanere in tema di spettri che si aggirano, una tavola Ouija per rievocare lo spirito sarebbe più affidabile.

C’è chi decanta sue frasi sotto il monumento e poi ci sono io, che riguardo mentre riscrivo queste battute una delle sue ultime foto in cui sembra Bud Spencer con qualche capello bianco in più; per il cervello mi scorre un’istantanea di Good Bye, Lenin!, quella del tassista di Berlino Est che viene spacciato per un sosia di Sigmund Jähn (il primo astronauta tedesco ad andare nello spazio), vestito in uniforme militare, calato nel ruolo di nuovo capo della Germania Est e tenuto a riscrivere la storia recente del 1989, dietro la scrivania di una biblioteca, dichiarando aperte «le frontiere della Repubblica». Perché «il socialismo non è nato per innalzare muri; socialismo significa tendere la mano agli altri e con essi convivere pacificamente», mentre scorrono video montati ad arte dove la caduta del Muro si ribalta nel fallimento del mondo libero, con la Germania Ovest che piccona per abbandonare «il carrierismo sfrenato e la schiavitù del consumismo» e raggiungere la società socialista così lontana, così vicina, «per mettere in risalto i più autentici valori dell’umanesimo […] per realizzare il sogno di una società fondata sul lavoro, sulla volontà, sulla speranza».

Sulla scrivania, alla sinistra dello Pseudo-Jähn, si intravede un piccolo busto di Karl Marx a guardare il nuovo presidente della Repubblica Democratica Tedesca e a volgere le spalle alla quarta parete, se con lo sguardo serio o con un ghigno beffardo non è chiaro. Quarant’anni fa, alla fine del mirabolante 1977, mai avremmo pensato di trovarlo poi oggi così tanto in secondo piano; 21 anni fa, quando le rotative intitolavano la prima delle tre vittorie del New Labour di Tony Blair, che da segretario aveva cancellato il marxismo tra i riferimenti statuari e che più tardi avrebbe definito la globalizzazione come una necessità ineluttabile, davanti alla quale adattarsi senza piegarla e ritoccarla per darle un volto umano, non avremmo mai pensato di vederlo così bistrattato dalla sua stessa ala politica. E chi avrebbe scommesso due anni fa su un candidato socialista democratico arrivato secondo, col 43%, alle primarie dem degli Stati Uniti, dove già solo il termine socialismo è considerato una bestemmia, si tratti anche solo di apportare una minima regolamentazione economica o previdenziale, e dopo la New Left (il New Labour a stelle e strisce) del marito della vincitrice di Pirro di quelle primarie?

Riguardo, e non so come approcciarmi. Cerco di addentrarmi meglio, per evitare di dire stronzate o di pendolare tra i poli opposti della morte di Marx o del Bentornato Marx!, per citare un titolo di (me tocca farlo…) Diego Fusaro.

***

Ripenso allora ai recenti dibattiti sull’intrinseca instabilità del sistema capitalista, che fino alla crisi del 2007 sembravano un’eresia mentre ora vengono sdoganati su più fronti. Tanto che Paul Krugman, Nobel per l’economia 2008 ed ottimo divulgatore, parla di «stato avanzato di decadimento intellettuale e morale» degli economisti di destra, quelli, per intenderci, che moralmente hanno fatto gli scatoloni insieme a Lehman Brothers undici anni fa (anche se non sempre gli hanno fatti come muse ispiratrici nelle stanze dei bottoni…), sotto le macerie dell’ordine economico che loro stessi hanno contribuito ad edificare alla fine degli anni Settanta. E che ora, a parte qualche singolare eccezione, sono dei miraggi, delle chimere o degli «unicorni»: in teoria esistono e di essi si parla, ma non se ne vedono poi così tanti in giro.

Vogliamo giusto citare qualche titolo recente? Beh… Il capitale nel XXI secolo di Thomas Piketty (2013), Ripensare il capitalismo di Mariana Mazzucato e Michael Jacobs (2016), Teoria della classe disagiata di Raffaele Alberto Ventura (2017), Salviamo il capitalismo da se stesso di Colin Crouch (2018); per non parlare dei discorsi di papa Francesco agli incontri mondiali dei Movimenti Popolari (2014, 2015, 2016) o agli operai dell’Ilva di Genova (2017). Dall’oltretomba libresco riecheggia Marx, che possiamo riportare nel mondo dei vivi con tre parole-chiave ancora oggi utilissime: struttura economica, alienazione, definizione di ideologia.

Ripenso alla struttura economica che fa da base alla società, alla cultura, alla religione, ai costumi ed allo stato delle scienze (che per questo vengono chiamate sovra-strutture), un po’ come il gioco, sull’asse xy cartesiano, delle variabili indipendenti e dipendenti, e non mi pare uno schema campata per aria. Quando Massimo Cacciari scrive che «l’Economico vale per Marx come figura dello Spirito, come espressione della nuova potenza che lo incarna nel mondo contemporaneo» non sta poi dicendo una stupidata. Pier Paolo Pasolini porrà al nocciolo delle sue inchieste sulla società italiana il «nuovo modo di produzione» e consumo che ha stravolto la tavola dei valori pre-bellici e del boom economico (sempre se di “valori del consumismo” si può parlare…), cogliendo appieno lo spirito di Marx molto meglio di altri sedicenti marxisti.

Così possiamo giungere ad una tesi: il marxiano (chi segue l’analisi del Nostro) non è un filosofo (un marxista, colui che ne segue l’ideologia creatasi attorno), ma prima di tutto un economista. (Dopotutto anche Marx diceva di non essere un marxista quando udiva la storpiatura delle sue pagine.) E che cosa lo dagli altri economisti? Il suo andare dietro le quinte del palcoscenico, per vedere cosa va storto in quel nocciolo che si chiama ciclo produttivo e come il suo farsi generi costi, consumi e risparmi, i salari, i livelli di disoccupazione ed i profitti privati, e poi, soprattutto, come questa ripartizione della ricchezza (e, in ultima battuta, dei rapporti di forza) impatta sulle altre sfere: sociale, politica, demografica su tutte.

Un esempio veloce ed attuale? Prendiamo l’economia dei lavoretti. Su che cosa si regge? Sul pagamento del fattorino a cottimo (cioè in proporzione a quanto ha prodotto, in questo caso a quante consegne ha portato a termine), risparmiando sulla busta paga e sui costi, aumentando così i profitti dell’azienda, anche se chi ci sia a capo ancora non è chiaro. A questo punto, tornando a casa e pensando alla sua vita il fattorino ci penserà due volte prima di andare a convivere (cioè prima di sottoscrivere un mutuo sulla casa), metterà su famiglia più tardi per via della precarietà della sua condizione e via dicendo. Il marxiano, in altre parole, quando vede il fattorino passare e si fa le sue domande, va a sbucciare quanto vede fino a tirare fuori il nocciolo economico.

Ecco qualche altra pallottola a raffica. Cosa c’è agli albori di Forza Italia verso la fine del 1993? Il primo bilancio in rosso di Fininvest, risalente all’anno prima, e la teoria del partito-azienda (con la p minuscola) di colpo non sembra così complottista. Perché Matteo Salvini non vuole spaccare il centrodestra? Molto gioca Silvio Berlusconi che concesse una fideiussione (in poche parole, garantì per dei debiti cui la Lega non riusciva a far fronte) con conseguente acquisto dei diritti su una fetta del simbolo; neanche qui sto facendo riferimento a blog oscuri ma pagine di giornale del 2000. Cosa sta alla base del traffico organizzato dell’immigrazione e, più in generale, della crisi migratoria? Lasciando da parte il business a monte (o meglio, al di là del Mediterraneo), l’africano ridotto a pacco postale può essere poi impiegato come manodopera a basso prezzo, buono fino a quando non è in regola (e quindi sottopagabile) e non si devono versare i contributi, cosa che ha il suo costo. Ma tanto nel ghetto di Rosarno, nel capannone di Prato o nei campi di Erica (Paesi Bassi) se qualcosa va storto sarà subito pronto il sostituto sacrificabile, mentre chi ci sta dietro non si espone ed anzi ci guadagna, risparmiando sui profitti. Le «vite di scarto» di cui parla papa Francesco sono sotto gli occhi, specie tra gli accattoni delle strade. Teniamolo a mente questo discorso.

Tocchiamo un nervo scoperto e connesso: l’odio verso i lavoratori immigrati. Davanti allo slogan «ci rubano il lavoro!» dobbiamo avere in mente la famosa lettera datata 1870 a Sigfired Meyer ed August Vogt, destinazione New York, dove vengono simulate le ostilità del lavoratore inglese verso un omologo irlandese. Il primo «odia l’operaio irlandese come un concorrente che comprime il tenore di vita. […] Nutre pregiudizi religiosi, sociali e nazionali verso quello irlandese. Egli si comporta all’incirca come i bianchi poveri verso i negri negli Stati un tempo schiavisti dell’unione americana. L’irlandese lo ripaga con gli interessi della stessa moneta. Egli vede nell’operaio inglese il corresponsabile e lo strumento idiota del dominio inglese sull’Irlanda». Gli ingredienti (l’epoca storica e chi la vive) in 150 anni sono cambiati, ma la forma che li forma è rimasta la stessa.

Potremmo andare avanti all’infinito, con la Casaleggio Associati che diventa proprietaria ufficiale del MoVimento 5 Stelle, la logica dei guadagni che sta dietro i titolo acchiappa-link e le notizie false fabbricate ad arte e con molto altro, anche al di là della politica o dei massimi sistemi. Come diceva quel tale in Tutti gli uomini del Presidente: «Follow the money». Segui il denaro e andrai lontano nel capire la ragione di molti comportamenti; se in senso più esteso anche solo il tornaconto personale, molte dinamiche relazionali di facciata vengono svelate del loro mantello.

Marx, poi, va ricordato e conservato per essere stato importante teorico dell’alienazione, che noi oggi intendiamo nei confronti della gente frustrata ed arrabbiata con la vita, anche se questa accezione è un’incrostazione dell’analisi scientifica di un 26enne (un giovane Marx?). E allora cosa vuol dire alienazione del lavoro? Vuol dire sentirlo distante, lontano dal proprio realizzarsi, altro appunto: «Consiste prima di tutto nel fatto che il lavoro è esterno all’operaio, cioè non appartiene al suo essere, e quindi nel suo lavoro egli non si afferma, ma si nega, si sente non soddisfatto, ma infelice, non sviluppa una libera energia fisica e spirituale, ma sfinisce il suo corpo e distrugge il suo spirito».

È da qui che trae fonte una buona parte degli studi psicologici ed è da qui che la cosa degenererà prima nella frammentazione degli anni Settanta e nella successiva polverizzazione che porta ad un nuovo mondo di relazioni superficiali ed inconsistenti, a quella che Zygmunt Bauman avrebbe chiamato “modernità liquida”.

Non avete capito niente? Allora tornate al 1977, ascoltatevi (su Spotify o megio in vinile) tutto The Idiot di Iggy Pop ed intuirete lo spirito della cosa.

Da qui, poi, un’altra analisi da conservare: quella che definisce il termine ideologia, intesa come l’insieme di quelle credenze che non hanno altra validità se non di esprimere una certa fase dei rapporti economici, e quindi di servire alla difesa degli interessi che prevalgono in ogni fase di questi rapporti. Detto in altre parole: la foglia di fico che copre ciò che scarno sarebbe schifato da tutti. Le parole per coprire le reali intenzioni. Torniamo ad un esempio di prima: quando Berlusconi iniziò 24 anni fa con «l’Italia è il Paese che amo» ed attaccò con la rivoluzione liberale (povero Piero Gobetti!), ecco che questa diventa un interessante riferimento ideologico, ma anche la foglia di fico perfetta della nascita di Forza Italia così come intendevamo prima.

Una visione totalizzante dell’economia, quindi. Ma allora il denaro, il soldo, il profitto è l’unica cosa che muove tutte le nostre azioni? No. Paul Ricoeur, in anni più recenti, si è spinto oltre, individuando il trio della «scuola del sospetto» in Marx appunto per l’economia, Sigmund Freud per l’erotico, Friedrich Nietzsche per il potere. Come si legge la realtà con queste tre lenti? In parole povere, ogni volta che uno vuole compiere qualcosa può essere primariamente mosso dal tornaconto economico, dal risparmiare, dal guadagnare qualche soldino (Marx), oppure dalla voglia di sesso (Freud), oppure dalla volontà di potenza, dal desiderio di sentirsi capetto di qualcosa per esercitare una anche effimera autorevolezza (Nietzsche). È solo una volta fatta questa preliminare cultura dei sospetti che si può procedere con un’analisi della fiducia, per cui una persona compie un’azione in modo disinteressato, sia sul versante del denaro che del sesso che dell’autorevolezza.

***

Tutto bene, quindi? Riabilitiamo Marx tra i nostri maestri riprendendolo come acqua santa? Non possiamo farlo, ma il perché lo vedremo a breve.

continua presto…

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