Tornando a leggersi a vicenda i titoli de L’Unità

Ripubblichiamo la lettera scritta qualche giorno fa dal nostro Manuel Tugnolo, 21 anni, vicesegretario del Circolo PD di Momo, Barengo, Caltignaga, Vaprio.

Caro compagno Sergio,
La notizia ha spiazzato un po’ tutti, in senso buono. Gli affezionati sembravano destinati a rimanere impotenti a vedere chi si sarebbe accaparrata all’asta la testata per la modica cifra di 300mila euro. Modica, perché con tutto il capitale immateriale che sta dietro a 93 anni di storia, diventato poi materiale e digitale con uno dei pochi archivi consultabili senza iscrizioni o altre restrizioni, è una cifra un po’ così.

Nel frattempo pensi se in tutta quella che si definisce sinistra (da Marco Rizzo ai moderati del centrosinistra, passando per Partito Democratico e Liberi e Uguali) nessuno abbia mai pensato di mettersi in gioco almeno per non far cadere nel dimenticatoio del primo offerente. Per il PD si sarebbe trattato, per dire, di neanche un euro per militante.

Poi si viene a sapere di colpo che l’editore ha ripagato la maggior parte dei debiti verso i lavoratori con conseguente ritiro dell’asta. E che ‘l’Unità’, per un altro giorno, per evitare la decadenza della testata dopo un anno dalla cessazione delle pubblicazioni così come da art. 7. l. 47/1948, sarebbe tornata a fianco degli altri giornali del mattino. Anche se solo in 8mila copie e distribuite nelle sole città di Milano e Roma, quanto basta per rispettare il requisito legale.

È così che ti ritrovi a programmare la tua giornata universitaria a Milano per procurarti delle copie per te e per chi te le ha chieste: mappando le edicole lungo la tua tratta abitudinaria in metro e prendendo il treno in anticipo per guadagnare un’ora di vantaggio sulla conferenza accademica cui non puoi non partecipare. Ed è così che ti ritrovi ancora a chiedere se c’è ‘l’Unità’. E diventi pure un po’ più ottimista, perché pensavi venisse a costare più di un euro e quindi, a parità di budget messo da parte, potrai accaparrarti qualcosa in più.

Fai così in tempo ad arrivare alla conferenza avendo soddisfatto quasi tutte le richieste che ti sono arrivate lungo la mattina, promettendoti poi di ricominciare la caccia nel pomeriggio una volta finite le lezioni. Nel frattempo sbirci la prima pagina: ti sembra di averla già vista da qualche parte e poi ti ricordi. Il font della testata è lo stesso adottato dagli inizi fino a fine anni ’80, e l’editoriale su ‘La via maestra’ si ricollega all’omonimo di quel primo numero del 12 febbraio 1924 scritto dal Fondatore, Antonio Gramsci. Lo leggi per cercare analogie e differenze, per vedere se lo spirito d’annata viene ricalcato, e ne esci soddisfatto.

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Capisci subito che la lettura sarà breve e di 8 pagine ben scritte. Una cosa che da noi in Italia, eccezion fatta per ‘Il Foglio’ e sotto certi versi anche per ‘il manifesto’, il mercato della carta stampata non ha ancora capito: non ha senso tuffarsi in colonne di cronaca parlamentare, perché la gente è stufa di notizie solo dal Palazzo, come se i giornalisti fossero appollaiati in Transatlantico ad attendere la dichiarazione efficace della giornata, né generalista, perché ormai siamo nella situazione per cui, tra le notizie tv del mattino ed una scrollata allo smartphone, esci di casa, anche solo per andare alla tua edicola di fiducia, che le cose essenziali le sai già.

Attenzione: tutto questo non si traduce obbligatoriamente in una riduzione dell’organico. Prendiamo sempre ‘Il Foglio’, che in quattro pagine riesce a dare spazio a 25 articoli (con altrettanti giornalisti e/o collaboratori); la questione si tratta tutta di avere davanti a sé una pagina bianca provando a farci stare più firme possibili al meglio possibile graficamente parlando, magari iniziando a ridurre le gigantografie che non sono più il motivo che incentiva all’acquisto del prodotto cartaceo.

Quando la giornata accademica finisce, controlli che tutto ci sia. Prepari artisticamente la disposizione delle undici copie che hai racimolato per fare belle foto ed un post come si deve su facebook per il Circolo; poi ritiri tutto accuratamente tranne una copia che ti godi senza fretta mentre attendi il treno stridere coi freni, due piani sottoterra, davanti a te.

E sì: i quattro giornalisti ed il grafico di ventura hanno compreso che si può fare una cosa pregevole anche con un paio di fogli, poche immagini e molto testo però disposto bene, in modo tale da non far passare la voglia perché messo lì, in un punto scomodo della pagina. È una grafica a più colonne e più capolettera che riporta indietro agli anni ’80 e ’90, quando ‘l’Unità’ non era più il monolite combattivo di Pietro Ingrao prima e di Alfredo Reichlin più tardi, ma il giornale, da Emanuele Macaluso e Walter Veltroni, spettatore ed interprete di un assetto mondiale che scricchiolava e che sarebbe stato travolto per sempre. Percepisci la migliore atmosfera del Novecento, dell’età delle masse, che sa di mani, di lavoro, di piazza e di strada. Una cosa neo-vintage: la apri e ti senti catapultato in un varco, la richiudi e sei lì tipo: “Wuf! Che è successo!?”

Unica pecca: si sente la mancanza della tua vignetta che ormai ci delizia da 35 anni, quando proprio Macaluso direttore lo volle per portare un po’ di umorismo nel grigiore che aleggiava attorno al dirigente comunista medio.

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All’ultima pagina una promessa, quel “Stiamo tornando. Aspettateci!” che non ti rassicura data la crisi dell’editoria tradizionale ma che almeno ti apre uno spiraglio, perché se l’asta non è partita vuol dire che non stiamo lasciando ‘l’Unità’ al suo destino. Ti sembra una sfida idealista, da ultimo giapponese, credere che un giornale schierato, vulcanico ed economicamente autosufficiente possa darsi in questi tempi ma non demordi. E pensi che la rifondazione degli Amici dell’Unità possa essere valore aggiunto per vivere la militanza (non solo come PD ma anche come sinistra in generale) e l’organizzazione delle Feste dell’Unità, facendo quadrato in quelle realtà dove da soli non si può mettere in moto una macchina.

Ci sono appunto molti modi su come rilanciare l’attività sul territorio e molte forme organizzative da sviluppare ed implementare: c’è solo l’imbarazzo della scelta, sempre se non vogliamo dichiarare onestamente che degeneriamo in un comitato elettorale che si presenta solo nel momento del bisogno di un voto. Su questo dovremmo scannarci fino a notte fonda per vedere come possiamo mettere in piedi nel nostro quotidiano ciò che può dipendere dal singolo militante, mica sulla data delle primarie e sui discorsi sconclusionati dell’ultima assemblea nazionale.

E chissà che, in tutto l’arcipelago Sinistra, ‘l’Unità’, nuova anzi antica, possa fungere una chiave insolita, inattuale ma interessante per ingranare con la rigenerazione. Chi ci sta ad un’operazione Araba Fenice?

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